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Contesto e Origini
23 feb 2026
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Operaismo
32 minuti di lettura
Questo testo raccoglie i contenuti del primo di tre incontri di contro-formazione dedicati all'operaismo politico italiano. Il ciclo è strutturato in tre parti: il contesto e le origini, la genealogia e il lessico, e infine la conricerca e lo stile della militanza.
Questa formazione è un esperimento: non ci troviamo di fronte a lezioni frontali in senso assoluto, ma al frutto di un lavoro collettivo in corso d'opera, fatto di letture, riflessioni, dibattito e tentativo di sintesi. Un gruppo di lavoro si è occupato della preparazione dei contenuti con l'intento di aprire momenti di discussione collettiva sui temi affrontati.
L'obiettivo di questo incontro non è offrire una lezione completa sulla storia dell'operaismo, ma capire il contesto in cui nasce: le condizioni materiali e politiche che lo hanno reso possibile, le rotture da cui ha preso forma e le ragioni per cui i militanti di allora hanno formulato determinate ipotesi. Invece di ricostruire ogni dettaglio storiografico, operazione che richiederebbe molto tempo e risulterebbe poco utile ai nostri fini, vogliamo forzare la lettura di concetti ed eventi per costruire una cassetta degli attrezzi. Vogliamo dotarci di strumenti da rimettere al lavoro oggi, da criticare, trasformare e mettere al servizio delle lotte attuali. Non studiamo questa esperienza per ripeterla, essendo quella storia ormai conclusa, ma per estrarne un metodo che sentiamo ancora vivo e utile per il presente.
Perché studiare l'operaismo oggi?
Studiare oggi l'operaismo politico italiano impone di chiarire subito il senso di questa ricerca. L'operaismo nasce all'inizio degli anni Sessanta, avendo come riferimento una classe operaia di fabbrica che oggi ha perso la sua centralità politica.
Potremmo studiarlo semplicemente come un capitolo di storia: una parabola ricchissima di scrittura, analisi e intervento politico, una fase storica cruciale del movimento comunista italiano. Tutto vero, ma limitarsi a questo significa consegnarlo all'accademia, rendendolo di fatto inservibile per le lotte di oggi.
La nostra ipotesi è diversa. Studiamo l'operaismo perché all’interno di questa esperienza è possibile trovare un metodo di lavoro, uno stile della militanza, un modo di guardare i processi, di stare dentro i conflitti e di fare politica. Si tratta di qualità teoriche e pratiche che vanno ben oltre l'epoca in cui sono state sviluppate.
Cosa intendiamo per classe operaia
Definire cosa si intenda per "classe operaia" è un passaggio ineludibile, poiché il termine è facilmente fraintendibile e persino tra compagni e compagne non è sempre chiaro cosa significhi davvero. Invece di partire dai testi classici del marxismo, col rischio di restare intrappolati in definizioni rigide e di riproporre letture sociologiche, risulta più produttivo analizzare un'esperienza concreta e recente, come la lotta dei pastori sardi, incarnata da una composizione che esce dall'iconografia tradizionale della classe.
Nel febbraio 2019 la Sardegna fu paralizzata per due mesi da una mobilitazione dei pastori sardi. Gli industriali caseari pagavano il latte a 60 centesimi al litro, un prezzo che non copriva nemmeno i costi di produzione, motivo per cui i pastori rivendicavano un euro al litro. Per settimane rovesciarono centinaia di litri di latte, bloccarono le strade, assaltarono cisterne e minacciarono di bloccare le elezioni regionali. Martino, un compagno sardo della redazione di InfoAut, ha ricostruito questa esperienza nel libro Non si ruba sul latte versato, ponendosi un interrogativo cruciale: stabilire se in Sardegna si fosse consumato o meno un vero e proprio scontro di classe.
Formalmente parliamo di pastori, ovvero piccoli imprenditori in possesso dei propri mezzi di produzione. Non ci sono tute blu, mani sporche di grasso o linee di montaggio. Per capire se si possa definire questa figura inedita come “classe operaia”, Martino propone un metodo preciso: assumere prima di tutto il punto di vista di chi vive quella condizione, per poi decifrare la struttura del capitale che organizza quel territorio.
Nel libro viene riportato un estratto di un'intervista a Paolo Pinna, uno dei più grandi industriali caseari dell'isola, tra quelli che acquistano il latte per trasformarlo in pecorino:
«Qui si sta quasi parlando di conflitto di classe, si stanno scomodando antichi termini e odi che ormai si sperava fossero totalmente sepolti.»
L'industriale evocava la lotta di classe proprio perché comprendeva che quella mobilitazione metteva in discussione l'intera struttura della filiera. Non si trattava di una semplice vertenza sul prezzo del latte, ma di un vero e proprio attacco al comando sulla produzione. I pastori non chiedevano un adeguamento: contestavano alla radice il fatto stesso che fosse l'industriale a decidere quanto valesse il loro lavoro.
Analizzando la condizione materiale del pastore, Martino chiarisce la vera posta in gioco:
«Non fosse questo il mestiere del pastore, oggi formalmente titolare di impresa agricola, lavoratore autonomo del settore agropastorale. Concretamente il pastore è subordinato all'industriale, al controllo della filiera, al mercato. I padroni decidono tutto del suo lavoro, fino al prezzo del suo prodotto. Nel prezzo del latte c'è il salario del pastore. Nella lotta che vuole fissare a un euro al litro il prezzo del latte c'è l'orizzonte del salario sganciato dalla produttività.»
La ristrutturazione capitalista del territorio sardo è definita dal modello di sviluppo estrattivista e dal controllo industriale della filiera: chi pascola e munge vende di fatto il proprio lavoro a chi compra, trasforma e comanda. Riconoscere questa dinamica, tuttavia, non è un processo automatico. Martino non è partito dal presupposto dogmatico che ci fosse lotta di classe, ma ha scelto attivamente di cercarla, andando oltre le apparenze:
«Abbiamo scelto di cercare la lotta di classe nello sciopero dei pastori. È una grande ipotesi preliminare, è una decisione presa scegliendo di non interpretare questo conflitto oggettivo come uno scontro neocorporativo di residualità comunitarie. Nel protagonismo dei più giovani, nella rottura parziale e nella riproposizione su nuove condizioni di vecchie forme di rappresentanza, in un lavoro impoverito e tradito delle promesse emancipative della forma impresa, nella violenza dei dispositivi di controllo sulla produzione, ma allo stesso tempo in una generazione più ricca nelle connessioni con ciò che sta fuori dalle micro comunità di riferimento, abbiamo scorto un'informalità iperproletaria con le risorse per sviluppare la faccia autonoma di questo conflitto. Vale la pena di non cedere alla superficialità di ciò che si vede, alle liturgie di rappresentazioni ideologiche avulse dalla concretezza dello sviluppo della lotta. Abbiamo assistito a un conflitto in cui una condizione dell'operarietà iperproletaria neoindustrializzata si è parzialmente negata e ha attaccato dentro uno scontro di classe.»
Dentro quella lotta Martino ha riconosciuto i tratti di un conflitto di classe, per quanto la forma fosse diversa da quella tradizionale. Sotto la patina dell'autonomia imprenditoriale si nasconde una proletarizzazione reale, caratterizzata da precarietà, subordinazione mascherata e dalla rabbia di chi non ha niente da perdere. Sono proprio questi tratti a rendere possibile il conflitto. Martino ha scelto di individuare lo scontro di classe nelle forme stesse della lotta, nella rivendicazione di un salario slegato dalla produzione e nell'emersione di chiari interessi di parte contrapposti.
Le mobilitazioni hanno squarciato il velo sulla struttura di comando: dietro l'immagine del pastore autonomo opera una filiera che estrae, comanda e valorizza. Al contempo, le lotte hanno forgiato una nuova soggettività, poiché chi blocca le strade e svuota le autocisterne smette di essere il piccolo imprenditore che contratta il prezzo del latte, per diventare protagonista di uno scontro di classe a tutti gli effetti, per quanto inedito nelle forme.
La classe come posta in palio
La classe non è un mero dato sociologico, né una semplice categoria professionale. Sebbene la sociologia possa descrivere chi siano i lavoratori, dove operino e quanto guadagnino, queste metriche non bastano a definire una classe in senso politico. Quest'ultima, infatti, esiste ed emerge esclusivamente all'interno del conflitto: è la lotta di classe a determinare la formazione delle classi stesse.
Questa dinamica chiarisce il significato profondo di "operaietà", che consiste nell'individuare una linea di rottura e di forza dentro il proletariato. Una linea che non appartiene in modo automatico a chi occupa una determinata casella nelle gerarchie capitalistiche, ma che viene tracciata e definita materialmente dalle lotte. La classe operaia, dunque, non è un presupposto oggettivo da cui partire, ma la vera e propria posta in palio: non c'è classe senza lotta di classe.
Gli operaismi del Novecento
L'operaismo italiano degli anni Sessanta non nasce nel vuoto. Nel corso del Novecento ci sono state almeno altre due grandi esperienze politiche che hanno messo al centro del proprio processo la figura operaia, e che si potrebbero a pieno titolo definire "operaiste".
L'operaismo consiliare (anni '10-'20)
Il primo filone è l'operaismo consiliare, sviluppatosi tra gli anni Dieci e Venti. Le sue massime espressioni storiche sono l'Opposizione operaia in Unione Sovietica animata da Aleksandra Kollontaj e Aleksandr Šljapnikov, l'esperienza dell'Ordine Nuovo a Torino con Gramsci, e i consigli di fabbrica tedeschi di Anton Pannekoek e Rosa Luxemburg.
I consiliaristi ritenevano che la lotta dovesse definirsi primariamente all'interno del perimetro strategico della fabbrica, con l'obiettivo ultimo di assumerne il controllo materiale. La loro prospettiva politica era l'autogestione: gli operai, riuniti nel consiglio, non solo potevano far funzionare la produzione meglio dei padroni, ma avevano la forza di piegare l'intero sviluppo industriale al potenziamento dell'autonomia collettiva della società. In quegli anni, del resto, la grande industria ricopriva una funzione sociale di portata assoluta.
L'operaio di mestiere
Il soggetto di riferimento del consiliarismo è l'operaio di mestiere: una figura storicamente distante dall'immaginario dell'operaio-massa dequalificato degli anni Sessanta, situata piuttosto a metà strada tra la classe lavoratrice di fabbrica e l'artigianato. Si entrava in officina da giovanissimi, spesso non scolarizzati, per imparare o portare in dote un mestiere. Lungi dal limitarsi alla pura esecuzione degli ordini, questo lavoratore acquisiva un sapere tecnico esclusivo.
Era una sorta di "artigiano dimezzato": pur non detenendo più la proprietà dei mezzi di produzione, conservava il monopolio sulla conoscenza della mansione. Sapeva fare ciò che il padrone ignorava e, senza di lui, l'impianto si fermava. Da questo sapere insostituibile derivava un forte potere materiale, che si traduceva in un radicato orgoglio professionale. Non si trattava di mero moralismo o attaccamento al lavoro, ma di una consapevolezza fondata sulla struttura stessa del ciclo produttivo: senza l'operaio qualificato, capace di governare il flusso delle macchine, la produzione semplicemente non girava. In questa immensa macchina collettiva, la sua competenza costituiva il fulcro imprescindibile del sistema.
Il controllo operaio
Per comprendere concretamente l'estensione e la radicalità di questo "controllo operaio", è utile osservare cosa accadeva nelle fabbriche italiane nel secondo dopoguerra, quando questa tradizione era ancora politicamente operante. Nel suo saggio All'alba della Repubblica, lo storico Lorenzo Bertuccelli ricostruisce con precisione la situazione degli impianti modenesi tra il 1945 e il 1947:
«Per quasi due anni i lavoratori sono stati protagonisti di un'iniziativa collettiva che ha ridisegnato i profili dell'organizzazione produttiva nelle fabbriche, ha indebolito i rapporti gerarchici e modificato le condizioni di lavoro all'insegna di un'ampia discrezionalità operaia nell'organizzazione del lavoro, ma soprattutto la possibilità di controllo sul lavoro, sull'utilizzo della mano d'opera, sugli orari, sui salari e sull'occupazione. In particolare sono state le gerarchie intermedie, i capisquadra e i capireparto, le figure cioè più direttamente a contatto con gli operai, ad essere messe in discussione, e la loro capacità di comando ne è risultata drasticamente ridotta e ridimensionata. Risultano aumentate al contrario la capacità di manovra e lo spazio decisionale degli operai professionali, figure egemoni nelle fabbriche modenesi nelle quali l'innovazione tecnologica segna il passo e il mestiere dell'operaio è ancora un tassello insostituibile dell'intero sistema produttivo.»
Alla fine degli anni Quaranta, gli operai modenesi decidevano ritmi di lavoro, tempi di produzione e assunzioni. Il controllo sulla fabbrica era pressoché totale.
Il consiliarismo incarnava esattamente questa etica politica: lottare contro l'espropriazione capitalistica del mestiere per riconquistare la piena autonomia sull'organizzazione del lavoro. In quest'ottica strategica, il perno decisionale assoluto è il soviet, il consiglio operaio, mentre il partito viene relegato a una funzione prettamente tattica e di supporto: fare da volano per la costruzione di consigli di fabbrica sempre più forti e radicali.
L'operaismo staliniano (URSS anni '30)
Il secondo tipo di operaismo, di segno completamente opposto ma storicamente decisivo, è l'operaismo staliniano sviluppatosi nell'Unione Sovietica degli anni Trenta. In questo modello politico, la centralità non risiede più nel soviet, ma nel partito che si è fatto Stato.
La classe operaia continua a giocare un ruolo cruciale, seppur in una veste prettamente simbolica e strumentale: la sua figura viene posta al centro dello sviluppo sociale per essere brandita contro le pretese della piccola borghesia intellettuale, dei contadini e dei piccoli proprietari terrieri. La condizione proletaria e il lavoro non vengono concepiti come catene da spezzare, ma come valori da esaltare ed estendere all'intera popolazione. Di conseguenza, il polo strategico diventa il partito-Stato, detentore del controllo assoluto sullo sviluppo dell'intera società. In questa cornice, la spontaneità operaia cessa di essere una forza propulsiva da assecondare: diventa un'energia da incanalare, disciplinare e piegare inflessibilmente al servizio dell'apparato statale.
Il tratto comune
Pur essendo antitetici nella loro architettura politica, consiliarismo e stalinismo condividono un presupposto teorico fondamentale: un amore incondizionato per il lavoro. Entrambe le visioni concepiscono il socialismo come il trionfo del lavoro produttivo, mirando non ad abolire la condizione operaia, ma ad estenderla a tutti.
Si tratta di un ribaltamento radicale rispetto al pensiero originario di Marx, per il quale essere un lavoratore produttivo sotto le logiche del capitale non rappresentava affatto una conquista, bensì una disgrazia da cui liberarsi. La tradizione socialcomunista novecentesca, al contrario, finisce per trasformare il lavoro in un valore etico e sociale assoluto.
Spontaneità e organizzazione
Consiliarismo e stalinismo incarnano anche i due poli di un dilemma che attraversa l'intera storia del movimento operaio: il rapporto dialettico tra spontaneità e organizzazione. Da una parte si colloca il soviet, il consiglio operaio, espressione spontanea generata dalle lotte; dall'altra il partito, la struttura organizzata che imprime la direzione strategica. Chiedersi astrattamente quale dei due elementi debba comandare o precedere l'altro è un'impostazione fuorviante, poiché il loro rapporto va compreso all'interno di una dinamica storica in continuo mutamento.
Lenin stesso, ad esempio, non fornisce mai una risposta rigida e dogmatica, assumendo posizioni che possono apparire a tratti contraddittorie. Si tratta, tuttavia, di una contraddizione solo apparente, dettata dalle necessità della fase politica. Esistono momenti in cui la spontaneità delle masse è nettamente più avanzata dell'organizzazione formale: in tali frangenti, il partito ha il dovere di mettersi in discussione, rimettersi in ascolto e ripensarsi in funzione di quella spinta. Viceversa, nelle fasi di riflusso in cui la spontaneità ristagna e i soviet rischiano di imborghesirsi perdendo la loro portata rivoluzionaria, spetta al partito riaprire la strada e porre con forza il problema del salto in avanti.
Per inquadrare la profondità di questo nesso, risulta illuminante un passaggio di Toni Negri tratto da La fabbrica della strategia. 33 lezioni su Lenin:
«Ciò che a noi più interessa notare è la legge che questa pagina, come l'intera concezione di Lenin in questo periodo, definisce: la legge del passaggio all'organizzazione. Quanto più la lotta spontanea, la lotta economica si sviluppa, tanto più si impone la necessità del passaggio a un livello di organizzazione. Nessuna indulgenza in Lenin a concezioni dell'organizzazione fondate sulla teoria del riflusso delle lotte, della resistenza. Al contrario: è la funzione d'attacco di massa, la poderosa ondata della spontaneità, che impone il passaggio dialettico all'organizzazione. L'immagine di questo moto formidabile, di questo impetuoso crescere della lotta spontanea, rispecchia i meccanismi argomentativi degli spontaneisti, ma li travolge. Perché proprio qui, non per negare ma per asseverare l'analisi della spontaneità, scatta la decisione leninista di imporre il passaggio all'organizzazione. L'organizzazione infatti è la verifica della spontaneità, il suo raffinamento. Mentre il codismo, nei contraddittori, come elogio della spontaneità, sono di questi gli affossatori. La realtà è dialettica, la spontaneità è la base dialettica del passaggio all'organizzazione. Quando questo passaggio non si dà, allora la spontaneità stessa si immenscivisce e si neutralizza. Spontaneità diventa in quest'ultimo caso impotenza organizzativa, il suo sviluppo si impedisce, la possibilità di configurarsi come totalità del processo rivoluzionario. L'organizzazione è la spontaneità che riflette su se stessa. Altrimenti è l'impotenza e la sconfitta che tentano di autogiustificarsi.»
Il significato politico di questa riflessione è inequivocabile: rinunciare a porsi il problema dell'organizzazione significa condannare le lotte spontanee all'esaurimento e alla neutralizzazione, finendo per costruire elaborati alibi intellettuali per giustificare la sconfitta. Un'organizzazione che non trae linfa dalla spontaneità, che non cresce dentro di essa e non accetta di farsi costantemente rimettere in discussione dal movimento reale, condanna se stesso a diventare un apparato vuoto. O, peggio ancora, si trasforma in una struttura burocratica che si sostituisce paternalisticamente alla classe, invece di potenziarne la forza dirompente.
L'Italia degli anni '50: il deserto politico
L'operaismo prende forma alla fine degli anni Cinquanta, all'interno di un contesto nazionale che, dal punto di vista antagonista e rivoluzionario, può essere definito un autentico deserto politico. Sullo sfondo agiscono le coordinate internazionali della Guerra Fredda e le profonde trasformazioni sociali legate al "miracolo economico" italiano.
La rinuncia alla prospettiva rivoluzionaria
Per le istituzioni ufficiali del movimento operaio, in primis il PCI e la CGIL, gli anni Cinquanta rappresentano una fase di profonda rinuncia, sia in termini di capacità di lotta che di prospettiva rivoluzionaria.
Eppure, la classe operaia combattiva non era affatto scomparsa. Il decennio precedente era stato segnato da un'inedita e formidabile esperienza di controllo operaio sulle fabbriche: le occupazioni, i consigli di gestione, la Resistenza armata negli impianti del Nord, le lotte contadine al Sud e il clima pre-insurrezionale seguito all'attentato a Togliatti avevano dimostrato che i lavoratori non si limitavano a rivendicare, ma erano in grado di governare la produzione. Quella combattività, dunque, non svanisce nel nulla. Viene progressivamente assorbita, repressa e contenuta, mentre la Resistenza stessa subisce un processo di pacificazione e mitizzazione che la svuota di ogni effettiva carica sovversiva.
Il controllo operaio a Modena
L'evoluzione del contesto modenese esemplifica perfettamente questo passaggio storico. Nell'immediato dopoguerra, complice la ritirata del padronato fascista, le fabbriche emiliane si trovavano di fatto sotto il totale controllo operaio.
La controffensiva padronale non tardò ad arrivare e culminò in modo tragico con l'eccidio del 9 gennaio 1950 alle Fonderie Riunite, dove la polizia uccise nove operai. Da quel momento, Modena conobbe un drastico periodo di riflusso, che condusse persino allo smantellamento della sede locale del PCI. Sebbene il livello di repressione statale fosse altissimo, si moriva letteralmente per la partecipazione agli scioperi, questo fattore non esaurisce le ragioni dell'arretramento. Nel suo saggio All'alba della Repubblica, Lorenzo Bertuccelli ricostruisce le dinamiche interne al Partito Comunista all'indomani dell'eccidio e degli imponenti funerali operai, svelando un quadro più complesso:
«I lasciti dell'eccidio del 9 gennaio non sono solo di natura giudiziaria. L'esito drammatico di quella vertenza condiziona l'evoluzione del partito comunista locale. Il drastico mutamento che investe la federazione di Modena nel biennio successivo al 1950 segna l'avvio di uno sforzo di normalizzazione del conflitto di fabbrica e una prima messa in discussione di una visione del mondo dei militanti comunisti legata alla rivoluzione come atto risolutivo della trasformazione sociale. Un processo che si colloca nel più ampio scenario di un partito nazionale impegnato anch'esso in una difficile fase di cambiamento, più evidente dal 1956, ma che già nei primi anni Cinquanta scioglie alcuni nodi che pongono le premesse per quello che appare un complesso e tormentato percorso di costruzione del partito nuovo. La tragica vicenda delle Fonderie Riunite, seppure rappresentata dai comunisti modenesi come una battaglia eroica, come una lotta vittoriosa, apre in realtà un aspro confronto all'interno del partito e del sindacato che, a livello locale, si conclude con il commissariamento della Federazione Provinciale, con un profondo ricambio dei gruppi dirigenti tra il 1953 e il 1955, mentre a livello emiliano ciò avverrà con la conferenza regionale di organizzazione del 1959. Solo allora il partito comunista emiliano confluisce decisamente lungo la traiettoria disegnata da Togliatti nell'VIII Congresso, si appresta a divenire soggetto pragmatico e socialmente trasversale di quel modello emiliano che si rivolge a stigma esemplare dell'originalità riformatrice del comunismo italiano, e si lascia alle spalle l'eredità militante rivoluzionaria che lo aveva caratterizzato negli anni precedenti.»
Il disciplinamento interno
L'analisi di Bertuccelli evidenzia una dinamica cruciale: la chiusura del ciclo di lotte post-Resistenza non si può imputare solo alla repressione statale, ma a un preciso disciplinamento interno attuato dal partito. Il PCI sceglie di frenare e incapsulare la combattività operaia; denuncia la violenza della polizia e ne gestisce il lutto, ma rinuncia metodicamente a rilanciare il conflitto.
Questo orientamento, peraltro, era già in atto prima dell'eccidio. Agli occhi della dirigenza comunista, focalizzarsi sulle rivendicazioni parziali della classe operaia in quegli anni significava autocondannarsi a una posizione di minoranza: gli operai industriali erano ancora una componente demograficamente ridotta rispetto all'immaginario che si affermerà in seguito. Assumerli come unico referente avrebbe precluso al PCI quel salto istituzionale che stava attivamente perseguendo. Di conseguenza, il partito aveva già avviato una strategia di apertura ai ceti medi, proponendosi come forza rassicurante e trasversale. La figura dell'operaio veniva sì mantenuta al centro della narrazione, ma utilizzata in modo strumentale come portatrice dell'interesse generale della Nazione, disinnescandone la natura dirompente e di parte.
La sconfitta della FIOM in FIAT nel 1955
Il culmine di questa parabola di arretramento si raggiunge nel 1955, quando la FIOM subisce una storica sconfitta alle elezioni per la commissione interna della FIAT, il cuore pulsante dello sviluppo industriale italiano, cedendo il passo ai sindacati padronali.
Per i vertici comunisti l'evento assume contorni drammatici, sembrando confermare l'idea che, dalla fabbrica, la spinta propulsiva si sia ormai esaurita. In realtà, si tratta dell'esito di una profezia che si autoavvera. Avendo abbandonato la tutela dell'interesse parziale per inseguire l'interesse generale, tra il 1950 e il 1955 il partito aveva di fatto smobilitato le officine. Quando i funzionari registravano l'apparente passività degli operai, l'assumevano come prova inconfutabile di una "fabbrica perduta", senza cogliere che quel vuoto era il risultato della loro stessa assenza di iniziativa politica. Avendo spostato altrove il baricentro dell'azione, il PCI aveva lasciato i quadri operai isolati, privi di direttive strategiche e in balia dello smantellamento delle sedi sotto la scure del comando padronale.
Fratture con il PCUS
A consolidare l'irrigidimento istituzionale del PCI interviene un ulteriore, decisivo snodo geopolitico. La metà degli anni Cinquanta rappresenta un crocevia teoricamente drammatico per il comunismo internazionale: nel 1953 i carri armati sovietici reprimono la rivolta operaia di Berlino Est; nel febbraio del 1956, durante il XX Congresso del PCUS, Chruščëv denuncia i crimini di Stalin avviando il processo di destalinizzazione; nell'autunno dello stesso anno, l'insurrezione ungherese viene nuovamente soffocata nel sangue dalle truppe dell'URSS.
Eventi storici di tale gravità, consumati all'interno della propria sfera di influenza politica, avrebbero dovuto innescare una lacerazione profonda e un ripensamento radicale. Al contrario, l'apparato reagisce serrando i ranghi in un esercizio di puro posizionamento tattico: si denuncia formalmente la figura storica di Stalin per aderire alla nuova linea, ma non si rinuncia affatto ai meccanismi interni dello stalinismo. Si abbandona l'orizzonte rivoluzionario, ma l'ortodossia strumentale necessaria al controllo del partito si rafforza ulteriormente.
Le impasse del marxismo italiano
L'operaismo non rappresenta soltanto una cesura politica con il Partito Comunista, ma una rottura teorica radicale con l'intera tradizione marxista dell'epoca. Per comprendere la portata di questo scontro, è necessario analizzare in cosa si fosse trasformato il marxismo nella cultura politica italiana. Tutte le impasse teoriche di quella fase, la filosofia della storia, la lettura meccanica della classe, il feticcio della coscienza, lo sviluppismo e l'universalismo, derivano infatti da un'unica radice profonda: la riduzione del pensiero di Marx a mera teleologia, al racconto pacificante di un progresso inevitabile.
Il marxismo come teoria della storia
Nella tradizione socialcomunista italiana, il marxismo si era progressivamente cristallizzato in una filosofia della storia, assumendo un ruolo quasi teologico. Si era diffusa la convinzione che il semplice miglioramento delle condizioni di vita collettiva, i boom economici, gli aumenti salariali, la caduta dei regimi, stessero già spingendo oggettivamente la società verso il socialismo.
L'assunto era che la direzione fosse già scritta: lo sviluppo inarrestabile delle forze produttive e della società portava intrinsecamente con sé il superamento del capitalismo. Se "la storia lavora per noi", l'unico compito politico diventava saper attendere la maturazione delle contraddizioni. In questo schema la lotta non scompare del tutto, ma viene privata della sua spinta rivoluzionaria per degradarsi a mera rivendicazione contingente, smettendo di essere un processo attivo di liberazione.
Classe in sé e classe per sé
Da questo determinismo storico deriva una concezione altrettanto meccanica della classe, foriera di guasti profondi. Il caso più emblematico è la strumentalizzazione da parte del marxismo ortodosso dei concetti di "classe in sé" e "classe per sé".
Quando il socialista francese Proudhon, nella sua Filosofia della miseria, sostenne che le contraddizioni del capitalismo potessero essere superate tramite riforme graduali e senza rotture rivoluzionarie, Marx rispose con un testo durissimo, Miseria della filosofia, in cui ribaltava la prospettiva:
«Così questa massa è già una classe nei confronti del capitale. Ma non ancora per se stessa. Nella lotta, di cui abbiamo segnalato solo alcune fasi, questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa.»
L'assunto di Marx in queste righe è inequivocabile: la classe si determina esclusivamente all'interno di un processo di lotta. Non c'è nulla di predeterminato o di già scritto; è solo attraverso il conflitto che la massa può riconoscere se stessa e soggettivarsi contro il capitale.
La tradizione socialcomunista, al contrario, ha capovolto questo principio. Ha ridotto la "classe in sé" a una passiva condizione oggettiva sotto il dominio del capitale, e la "classe per sé" a una presa di coscienza orientata al bene di tutti, verso il socialismo. Il passaggio dall'una all'altra veniva dato per scontato, vissuto come un salto inscritto nella logica ineluttabile della storia per il quale bastava, ancora una volta, attendere che i tempi maturassero.
La coscienza di classe
Dalla lettura meccanica della classe discende in linea diretta un altro mantra della tradizione comunista novecentesca: la coscienza di classe. Questo concetto diventa lo snodo teologico essenziale per giustificare e completare il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé.
Nella retorica ufficiale, la coscienza veniva presentata come un'essenza già esistente, momentaneamente mistificata dalle illusioni del capitalismo e in attesa di essere svelata. In questa visione, gli operai sono strutturalmente inconsapevoli, incapaci di agire politicamente in modo autonomo senza abbandonarsi alla spontaneità cieca. Spetta quindi esclusivamente al partito, entità responsabile, consapevole e depositaria della teoria, il compito salvifico di infondere la coscienza nelle masse. Il partito si erge così a portatore assoluto della verità, declassando gli operai a meri destinatari passivi di un'illuminazione calata dall'alto.
Lo sviluppismo
Postulando che la storia viaggi spontaneamente nella giusta direzione e che il partito sia l'unico custode della coscienza, l'unico compito politico che resta in campo è assecondare il progresso. Questa postura si traduce in una vera e propria ideologia dello "sviluppismo". Non è un caso che, anche nei territori a forte egemonia comunista, il partito abbia attivamente incentivato la crescita del ceto medio industriale, utilizzando l'apertura di nuove fabbriche e cooperative come strumento istituzionale per pacificare e risolvere i conflitti operai.
L'orizzonte progressista del PCI si fondava su un radicato paradosso: l'idea che un maggiore e più florido capitalismo avvicinasse ineluttabilmente al socialismo. Poiché si credeva che lo sviluppo delle forze produttive, la grande industria e l'innovazione tecnologica stessero scavando in automatico la tomba al capitale, la prassi imponeva di favorire quello sviluppo, stringere alleanze con la borghesia "progressista" e accompagnare docilmente la modernizzazione del Paese. La passiva attesa degli eventi veniva così innalzata a suprema virtù rivoluzionaria.
L'universalismo
L'ultimo tassello che tiene saldamente insieme l'intero impianto ortodosso è l'universalismo, ovvero l'elezione della classe operaia a portatrice dell'interesse generale della nazione. Dietro la facciata nobile di questo concetto si nasconde un micidiale dispositivo di neutralizzazione: l'universalismo viene utilizzato strumentalmente per esigere moderazione, sacrifici e il costante rinvio delle conquiste sociali.
Se la classe operaia incarna l'interesse di tutti, le viene imposto di comportarsi in modo "responsabile", evitando di esacerbare i conflitti ed escludendo la possibilità di anteporre i propri bisogni materiali a quelli del Paese. L'obiettivo istituzionale diventa sussumere ogni spinta conflittuale sotto un'unica bandiera interclassista, riducendo l'operaio a semplice icona patriottica. In questo quadro ideologico, il lavoro stesso viene sacralizzato come valore assoluto: qualsiasi forma di rifiuto diventa un'immoralità inaccettabile, e ogni lotta per un interesse di parte viene etichettata e condannata come puro egoismo.
Taylorismo e fordismo
Oltre al contesto storico di isolamento e alle impasse teoriche del marxismo italiano, esiste un terzo elemento decisivo all'incrocio del quale nasce l'operaismo: ciò che stava accadendo concretamente all'interno delle fabbriche. Per comprendere questo snodo è necessario analizzare le trasformazioni radicali della struttura di comando sul lavoro e la progressiva accelerazione dello sviluppo tecnologico.
Spesso sovrapposti come sinonimi, taylorismo e fordismo sono in realtà due concetti profondamente diversi, indispensabili per decifrare l'organizzazione della fabbrica e della società tra gli anni Cinquanta e Sessanta. In quella fase l'Italia, spinta anche dal suo ruolo nello scacchiere della Guerra Fredda e dagli aiuti americani, si avvicinava per la prima volta a un modello che gli Stati Uniti avevano già sperimentato all'inizio del Novecento: l'introduzione della catena di montaggio e l'esplosione del consumo di massa.
L'uso capitalistico delle macchine
Per inquadrare politicamente taylorismo e fordismo, occorre prima chiarire il ruolo della tecnologia all'interno delle fasi di ristrutturazione capitalistica. Su questo punto risulta fondamentale il contributo di Raniero Panzieri, che nel primo numero di Quaderni Rossi, il primo laboratorio di scrittura e organizzazione dell'operaismo, firma un saggio intitolato Sull'uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo:
«Nell'uso capitalistico non solo le macchine ma anche i metodi, le tecniche organizzative sono incorporati nel capitale. Si contrappongono agli operai come capitale, come razionalità estranea. La pianificazione capitalistica presuppone la pianificazione del lavoro vivo e quanto più essa si sforza di presentarsi come un sistema chiuso, perfettamente razionale di regole, tanto più essa è astratta e parziale, pronta per essere utilizzata in un'organizzazione soltanto di tipo gerarchico.»
Il senso politico di questa riflessione è dirompente, specialmente se applicato a un'Italia che si andava industrializzando e automatizzando in un periodo in cui l'operaio di mestiere deteneva ancora un forte controllo sul processo produttivo. Contro la diffusa retorica che vorrebbe la tecnologia come uno strumento neutrale, il cui impatto dipenderebbe unicamente da come viene usata, Panzieri oppone un rifiuto radicale: le macchine e l'innovazione tecnologica sono attraversate intrinsecamente dal rapporto sociale e dal conflitto. Non sono semplici attrezzature, ma vere e proprie portatrici materiali dei rapporti di forza all'interno della struttura organizzativa.
Da qui deriva un rovesciamento teorico fondamentale: non è lo sviluppo pacifico delle forze produttive o delle macchine a determinare la comparsa delle lotte, ma l'esatto contrario. È la lotta di classe che plasma e forza lo sviluppo tecnologico. Di fronte a una fabbrica in cui l'operaio di mestiere conservava un grande potere materiale, il capitale aveva la necessità vitale di riprendersi il controllo, ristrutturando da cima a fondo il comando sulla produzione per ristabilire il proprio dominio.
In aperta polemica con lo sviluppismo del PCI, Panzieri smonta qualsiasi automatismo: non vi è alcuna garanzia che a maggiore automazione debbano corrispondere meno fatica, meno sfruttamento e una società più equa. La tecnologia non è un alleato naturale del progresso, ma un aspro terreno di scontro.
Taylorismo: il furto dei saperi operai
In questa fase di ristrutturazione radicale della fabbrica interviene il taylorismo. Alla fine dell'Ottocento, l'ingegnere americano Frederick Taylor elabora il cosiddetto "management scientifico", la cui idea di fondo si basa su una spietata espropriazione cognitiva: la direzione aziendale deve appropriarsi di tutto il sapere tecnico storicamente detenuto dagli operai, studiarlo, scomporlo in operazioni elementari, cronometrare ogni singolo gesto e ridefinire l'intero processo produttivo dall'alto.
Ogni mansione viene parcellizzata fino al punto in cui l'operaio non ha più alcuna necessità di comprendere il senso complessivo di ciò che sta facendo; gli è richiesto unicamente di eseguire un movimento, ripeterlo e ripeterlo ancora. Per Taylor, il controllo assoluto della fabbrica passa dal monopolio sulla conoscenza del processo: una conoscenza che va attivamente sottratta a chi lavora per essere consegnata a chi comanda.
Il taylorismo si configura così come un furto dei saperi operai. L'operaio di mestiere viene svuotato delle proprie capacità e il suo sapere viene trasferito e cristallizzato nella macchina. Il governo della fabbrica scivola così dalle mani del lavoratore a quelle della direzione e della tecnologia stessa: privato della sua potenza soggettiva, l'operaio cessa di essere la figura cardine che determina il ritmo e il funzionamento della produzione, per essere ridotto a mera appendice della macchina, sottomesso a un dominio del capitale divenuto inattaccabile.
Fordismo: la fabbrica nella società
Il fordismo rappresenta un salto di qualità ulteriore. Con Henry Ford, la razionalizzazione non si ferma ai cancelli dello stabilimento, ma straripa investendo l'intera vita degli operai nella società. Ford non si limita a organizzare la produzione: pianifica e struttura il consumo, il tempo libero, persino l'abitare. La fabbrica si erge a centro di un sistema complessivo che tiene insieme, in un unico ingranaggio, la catena di montaggio e la riproduzione sociale della forza-lavoro.
Quando, nel 1914, Ford raddoppia i salari dei suoi dipendenti portandoli a cinque dollari al giorno, non sta compiendo un atto di filantropia. L'intuizione capitalistica è stringente: un operaio che guadagna di più può acquistare l'automobile che lui stesso sta producendo, può abitare nelle case edificate dall'azienda attorno alla fabbrica, può consumare l'esito del proprio lavoro. Il salario smette di essere semplice remunerazione e si trasforma in uno strumento di governo collettivo: il consumo di massa diventa una parte essenziale e perfettamente integrata del ciclo di valorizzazione del capitale.
Il regime complessivo
Taylorismo e fordismo, letti in sinergia, non costituiscono semplicemente un set di tecniche organizzative, ma un vero e proprio regime. Fissano le coordinate esatte tra la fabbrica e la società, determinando simultaneamente forme di lavoro, forme di vita e forme di sfruttamento.
Pur arrivando in Italia con fisiologico ritardo rispetto agli Stati Uniti, è nel corso degli anni Cinquanta che la FIAT e i grandi poli industriali del Nord interiorizzano l'urgenza di abbracciare questo regime: l'obiettivo diventa scomporre la fabbrica, riorganizzare e centralizzare il comando sul lavoro, per poi espandere il proprio dominio nei consumi dell'intera società.
L'operaio-massa
Taylorismo e fordismo non si limitano a produrre merci e macchine su scala industriale: ridisegnano dalle fondamenta la composizione della forza-lavoro. L'estrema parcellizzazione delle mansioni rende improvvisamente superfluo il sapere tecnico dell'operaio di mestiere, spalancando le porte della fabbrica a una figura inedita: quella che gli operaisti definiranno "l'operaio-massa".
Con l'ingresso della catena di montaggio, il lavoro viene spezzato in frammenti elementari. L'operaio qualificato, colui che un tempo padroneggiava l'intero ciclo, sapeva intervenire fisicamente sulla macchina e ne dettava i tempi, vede il proprio sapere espropriato, incorporato nella macchina stessa e cristallizzato nelle tempistiche imposte dai cronometristi e dagli uffici di pianificazione. Non serve più sapere, serve unicamente eseguire. Non serve esperienza pregressa, ma un corpo capace di reggere il ritmo imposto dal nastro. La fabbrica, che prima non poteva letteralmente funzionare senza il lavoratore qualificato, è ora in grado di rimpiazzarlo con chiunque sia in grado di ripetere meccanicamente un singolo gesto.
Chi è e da dove viene
L'operaio-massa è, per definizione, una figura dequalificata, intercambiabile e priva di mestiere. Anagraficamente e socialmente, si tratta in larga parte di giovani migranti arrivati dal Sud Italia. Oltre al desiderio di un radicale cambio di vita, portano spesso con sé esperienze pregresse di conflitto aspro, come le occupazioni delle terre. Pur entrando in fabbrica più tardi rispetto ai loro predecessori, possiedono un livello di scolarizzazione mediamente superiore.
Ma il tratto politico decisivo è un altro: sono figure totalmente estranee alla tradizione del movimento operaio storico. Non hanno alcun debito di riconoscenza verso quel mondo. Mentre l'operaio di mestiere era cresciuto culturalmente e politicamente all'interno del partito e del sindacato, l'operaio-massa non ha mai avuto nulla a che fare con quelle istituzioni.
Come lo vede il movimento operaio
Di fronte a questa nuova composizione sociale, le istituzioni storiche del movimento comunista e sindacale reagiscono con smarrimento e aperta diffidenza. Guardando alle sconfitte come quella della FIOM alla FIAT nel 1955, gli operai politicizzati e i quadri di fabbrica osservano questi nuovi arrivati con sospetto, bollandoli come estranei, opportunisti e passivi.
Ai loro occhi, l'operaio-massa non sciopera, non si organizza, non vota per le commissioni interne e dimostra una totale assenza di "coscienza di classe". È una figura che tradisce e sfregia l'iconografia classica a cui il partito è abituato: quella dell'operaio dignitoso, fiero della propria competenza e orgoglioso del proprio lavoro.
Il rovesciamento operaista
L'intuizione geniale degli operaisti consiste nel guardare a questo scarto non come a un difetto, ma come a un potenziale rivoluzionario. Nel suo articolo Estremismo e riformismo del 1968, Mario Tronti offre una radiografia spietata e ribaltata di questa figura:
«Gli operai moderni, e non da oggi, vogliono soprattutto due cose: lavorare poco e guadagnare molto. In più vogliono il potere, per garantire queste due conquiste dai flussi e riflussi a cui li sottopone il dominio incontrastato dell'interesse capitalistico. Vogliono lavorare poco, perché odiano il lavoro. E odiano il lavoro più di tutto, più del padrone, perché il lavoro nei loro confronti è padrone due volte: una volta come sfruttamento capitalistico e una volta come ideologia socialista, una volta come profitto privato del capitalista singolo e una volta come profitto etico del capitale sociale. L'etica del lavoro è un'etica cristiano-borghese, quanto di più lontano e nemico per la coscienza operaia. Vogliono guadagnare molto, perché amano il benessere. Hanno imparato dal socialismo che si può eliminare la miseria dal capitalismo, che si può godere della ricchezza, e non hanno nessuna intenzione di rinunciare a queste promesse profane. Amano la vita e non gliene importa niente delle consolazioni ascetiche, dei prodotti intellettuali, e sanno conoscere e riconoscere solo la felicità terrena di tutti i sensi umani. Sono una rude razza pagana, senza ideali, senza fede, senza morale. E vogliono il potere, il potere come dispotismo, cioè come possibilità di disporre in modo assoluto della ricchezza delle nazioni, piegando l'interesse sociale generale a servire il loro stretto interesse di classe. Sfruttamento operaio della ricchezza e dei portatori di essa, i capitalisti e i funzionari, i loro servi, sfruttamento operaio del capitale. Il potere quindi con segno rovesciato, ma senza più ideologie, senza le mascherate democratiche dei diritti dell'uomo e del cittadino.»
Qui risiede il cuore del rovesciamento operaista: laddove il movimento comunista ufficiale vede un limite paralizzante, l'operaismo scorge una potenza dirompente. La presunta passività viene letta in un'ottica completamente nuova: l'estraneità alla cultura del movimento operaio si traduce in pura possibilità di autonomia; l'opportunismo individualista si rivela come rifiuto netto della delega; la scarsa partecipazione istituzionale diviene non-collaborazione sistematica; l'alienazione totale dalla catena di montaggio si sublima nel radicale odio per il lavoro.
Tronti impone un cambio di paradigma: occorre assumere il punto di vista di chi odia la propria condizione lavorativa, di chi rivendica l'interesse di parte. Proprio perché svincolato dai debiti morali e storici con la tradizione comunista, l'operaio-massa ha la possibilità reale di riorganizzarsi in autonomia e determinare i propri interessi senza dipendere dalle direttive di un partito.
I primi segnali
Questa lettura non era un esercizio di sociologia astratta: i segnali della rottura erano già visibili a chi avesse avuto gli strumenti per coglierli. Nel 1959 una nuova generazione di giovani operai elettromeccanici scende in piazza e paralizza Milano per giorni, innescando scioperi del tutto imprevisti. Nel luglio del 1960 è il turno dei "giovani con le magliette a strisce" a Genova, protagonisti di cinque giorni di rivolta di piazza contro il congresso del Movimento Sociale Italiano (all'epoca forza di appoggio al governo Tambroni), contribuendo in modo decisivo alla caduta dell'esecutivo.
Lo snodo più dirompente si consuma però nel luglio del 1962 a Torino, con la rivolta di Piazza Statuto. A fronte della firma di un "contratto bidone" da parte della sola UIL, gli operai assaltano fisicamente la sede del sindacato, innescando tre giorni di vera e propria guerriglia urbana che si concluderanno con oltre milleduecento fermi di polizia.
Di fronte a un'esplosione di conflittualità così anomala, la reazione del PCI è emblematica. Incapace di decifrare una composizione sociale inedita, il Partito si rifugia nella condanna moralistica: bolla i rivoltosi come teppisti, provocatori pagati dai padroni per screditare il movimento. Il motivo di tanta miopia è disarmante: quei giovani non vestono come gli operai tradizionali, non parlano il loro linguaggio e portano i capelli troppo lunghi. Non riconoscendo la nuova faccia della classe operaia, le istituzioni storiche scelgono semplicemente di negarne l'esistenza.
Gli operaisti
I militanti che decisero di tentare questa scommessa politica provenivano da percorsi molto diversi, talvolta inaspettati, unendo storie e culture apparentemente incompatibili. Il gruppo romano riunito attorno a Mario Tronti nasceva all'interno della cellula universitaria del PCI: studenti di filosofia, formati su Hegel e Marx, spinti dall'urgenza di uscire dalle aule per appostarsi davanti ai cancelli delle fabbriche. I veneti di Toni Negri provenivano dal cattolicesimo sociale della FUCI, approdando al marxismo attraverso un'evoluzione radicale del pensiero cristiano. I cremonesi di Romano Alquati portavano in dote il rigoroso retroterra del bordighismo, la corrente comunista più intransigente e anti-stalinista. A tessere le fila di questa eterogenea rete fu Raniero Panzieri, intellettuale siciliano e dirigente del PSI segnato dall'esperienza diretta delle occupazioni delle terre nel Meridione: fu lui il primo a intuire la necessità di far convergere queste traiettorie, fondando la rivista Quaderni Rossi.
Odio come cemento
A tenere insieme un'esperienza collettiva così composita non era certo la pietà per gli oppressi. Nei testi operaisti non si rintraccia mai la vocazione terzomondista o filantropica alla ricerca degli "ultimi" o dei più deboli. Il vero collante politico era l'urgenza di intercettare chi già lottava: un odio teorico per il capitale che i militanti volevano fondere materialmente con l'odio viscerale dell'operaio-massa per la propria condizione alienata. L'operaismo compie un decisivo salto di paradigma: non va a cercare i deboli da difendere, ma scova la forza da organizzare.
Quattro gatti
Numericamente, per tutti gli anni Sessanta, gli operaisti rimasero una minoranza assoluta, proverbialmente, "quattro gatti", un nucleo ristretto destinato a deflagrare solo più tardi, innestandosi nel grande ciclo di lotte del '68-'69. La loro è una storia segnata da continue rotture e consumata in archi temporali strettissimi ma carichi di una straordinaria densità politica, come dimostra la scissione della redazione di Quaderni Rossi subito dopo i moti di Piazza Statuto. L'esperienza operaista si rivela intrinsecamente contraddittoria e ci impone di non leggere mai i processi storici e organizzativi come traiettorie lineari, pacifiche o pure.
Bacilli della peste
Eppure, questo pugno di militanti è riuscito a sprigionare una potenza teorica e pratica del tutto sproporzionata rispetto alle proprie dimensioni numeriche. Winston Churchill, per descrivere il rientro di Lenin in Russia sul famoso treno piombato, utilizzò l'immagine di un "bacillo della peste". Esattamente come Lenin, gli operaisti hanno agito come un implacabile agente patogeno: si sono radicati all'interno di un corpo nemico per lottare contro di esso, con l'esplicito e unico obiettivo di sovvertirlo dall'interno.
Inattuali
Il più grande merito politico degli operaisti, persino più della partecipazione diretta ai conflitti di quegli anni, è stato la capacità di "arrivare prima". La loro natura è profondamente inattuale: non perché vivano fuori dalla storia, ma perché scelgono di situarsi fieramente dentro e contro il loro tempo, decifrando linee di tendenza non ancora del tutto esplose. Si sono mossi in anticipo per costruire relazioni, strumenti di inchiesta e basi organizzative, affinché, nel momento della detonazione inevitabile del conflitto, le lotte potessero sprigionare una potenza capace di travolgere il limite della pura spontaneità. Situarsi con anticipazione nei nodi strategici dello sviluppo è ciò che ha garantito a un piccolo gruppo un impatto politico devastante, dettando una regola d'oro: il militante o arriva prima, o non arriva affatto.
Questo metodo di anticipazione strategica trova la sua massima sintesi nelle parole che Mario Tronti affida a Operai e capitale:
«Non si ripeterà mai abbastanza che prevedere lo sviluppo del capitale non significa sottomettersi alle sue leggi di ferro. Significa costringerlo a imboccare una strada, aspettarlo in un punto con armi più potenti del ferro, lì assalirlo, lì spezzarlo.»
Lavorare d'anticipo per sabotare il processo di sviluppo capitalista, rifiutando di attenderne passivamente la realizzazione: è questa la spietata postura strategica che ha reso immortale la frattura operaista.
Conclusioni
In vista del prossimo incontro, che sarà dedicato alla genealogia e al lessico operaista, è fondamentale un passaggio conclusivo sulla natura stessa delle parole. Esattamente come le macchine, il linguaggio non è neutrale: è attraversato dal conflitto e dai rapporti di forza. E il conflitto non rappresenta un'anomalia negativa da neutralizzare, ma il motore che ci costringe a porci dei problemi politici.
Categorie come composizione di classe, organizzazione o inchiesta non sono astratte definizioni da dizionario, bensì veri e propri arnesi teorici per decifrare ciò che non si presenta immediatamente come politico: bisogni sommersi, linee di frattura, pratiche di resistenza materiale. Senza la costruzione di un linguaggio condiviso, l'iniziativa antagonista è inesorabilmente destinata a chiudersi in se stessa.
È una criticità emersa con forza durante il ciclo assembleare dello scorso autunno: in assenza di strumenti comuni, il dibattito collettivo gira a vuoto. Questo percorso di formazione nasce proprio da una simile constatazione, dal tentativo collettivo di forgiare quegli strumenti per superare la frammentazione dei riferimenti, l'isolamento delle esperienze e l'incomunicabilità dei linguaggi.
Sia chiaro: l'operaismo non è la risposta a tutto. Non è una scienza, non è un dogma e si porta dietro pesanti limiti storici sull'organizzazione, sull'internazionalismo e sulla questione di genere. Tuttavia, al suo interno sopravvive un formidabile metodo di analisi per pensare il presente. Non studiamo questa storia per ripeterla, essendo quella parabola definitivamente conclusa, ma per estrarne la linfa ancora viva e rimetterla al lavoro oggi, reimparando a guardare il mondo da un rigoroso punto di vista di classe.
Determinare il proprio tempo
Esiste un'ultima riflessione cruciale, affrontata ripetutamente anche nelle assemblee: la questione del tempo. Viviamo in un'epoca che non lascia respiro, in cui il capitale impone i propri ritmi serrati e sforna continue emergenze che ci condannano a una perenne e affannosa rincorsa.
Di fronte alla costante tentazione di assecondare il passo del capitale inseguendo la sua agenda, esiste un'alternativa radicale: determinare il proprio tempo. Significa smettere di subire la temporalità dettata dal nemico per riuscire a imporne una propria, autonoma e calcolata.
È la spietata postura politica che emerge con lucidità dalle parole tratte da Noi operaisti di Mario Tronti, con le quali chiudiamo questo primo incontro:
«Credo che bisogna trattenere, non lasciar scorrere il fiume della storia. Bisogna rallentare l'accelerazione della modernità. Perché questo tempo più lento permette di ricomporre le nostre forze. Assumere come nostro il frattempo: solo lì puoi riscoprire le tue forze, ritrovare le soggettività alternative e comporle in forme organizzate, storicamente nuove. L'accelerazione produce sì moltitudini, potenzialmente alternative, ma queste si bruciano immediatamente. Non reggi l'accelerazione se non hai ancora la forza per organizzarle nell'immediato e sulla durata. Quella operaista è un'esperienza che tutti dovrebbero fare, anche le nuove generazioni. L'assunzione di uno stile di presenza propria nella società politica. Uno stile che deve essere introiettato profondamente per andare poi oltre. Non bisogna cedere alla tentazione di pensare che possano essere riproposti i contenuti del discorso. Occorre fare una critica di quanto di mitologico può esserci nel ricordo dell'operaismo. Per assumerlo realisticamente come un'esperienza che ha fratturato la continuità storica, ha ripensato la tradizione, l'ha veramente innovata e ha funzionato come esercizio di liberazione. E funziona. E funziona ancora per chi lo sperimenta nelle condizioni nuove. Come qualcosa che permette di essere libero per il futuro. A condizione di non dimenticare mai quelle caratteristiche dell'operaismo: il punto di vista parziale, il rapporto tra teoria e pratica, l'istanza fondamentalmente rivoluzionaria. Tenendo fermi questi punti, poi si può andare ovunque. Sapendo e dicendo, in gergo politicamente e stilisticamente scorretto: voi a me non mi prenderete.»