05Attraversare le zone d'ombraA Nord della ferrovia, territorio di contesaContributi3 minluglio 2026Torna all'articoloAttraversare le zone d’ombra.L’evento che ha visto Salim El Koudri lanciarsi con la propria auto contro la folla in pieno centro a Modena, lasciando sull’asfalto otto persone gravemente ferite, ha fatto emergere tutta una serie di reazioni in città che nell’immediato si sono rivelate molto difficili da leggere nella loro completezza.Tuttavia, alcuni segnali possono essere colti per tracciare un primo ragionamento su quanto accaduto nei giorni successivi.Ciò che è emerso è, in primo luogo, l’adozione di una strategia bipartisan che ha puntato alla piena depoliticizzazione dei vari presidi convocati in città. #Modenaunita e #modenanontace sono stati i due slogan che hanno raccolto, da una parte e dall’altra, le due prospettive emerse all’interno del tessuto cittadino.Da una parte, con lo slogan #modenaunita, abbiamo visto una parte di città ribadire l’esigenza di stringersi in un momento così delicato, facendo leva sul lato emotivo della vicenda ma anche sull’identità di Modena in quanto città medaglia d’oro alla Resistenza.L’estrema criticità di quella piazza, però, risiede non solo nella forzatura maldestra di compattare un tessuto sociale fortemente disgregato e polarizzato, ma anche in una narrazione che, pur rivendicando l’identità antifascista della città, rimane tuttavia incastrata inesorabilmente su una visione autocelebrativa: risulta del tutto inutile ricordare la medaglia d’oro alla Resistenza senza che a tale rivendicazione seguano, con estrema chiarezza, azioni e decisioni che tengano fede a ciò che quella medaglia rappresenta.La forzatura fatta, dunque, è quella relativa all’ostinazione di tenere insieme pezzi di città senza riconoscere e indagare le grandi contraddizioni esistenti all’interno di una comunità che sta elaborando un trauma collettivo, senza farlo però collettivamente.La piazza che si è riunita intorno allo slogan #modenanontace cade nella medesima contraddizione: lanciata da soggetti e realtà di destra, ma chiamata senza alcuna rivendicazione sulla natura politica di quello spazio, costruito attorno alla volontà di intercettare, anche in questo caso, l’onda emotiva generata da quanto accaduto.Il piano del discorso, qui, non solo parte da presupposti non chiari (o meglio, non chiariti) ma viene decurtato di un passaggio fondamentale: quella piazza, infatti, rivendica l’esigenza di non tacere, ma non esplicita nulla su cosa voglia dire.Entrambi i processi che si sono attivati, dunque, altro non hanno fatto che contribuire a una estrema polarizzazione: non si sviluppa alcun ragionamento, ma le parole rimbalzano da un estremo all’altro, sviando volontariamente le fratture esistenti.La piazza che ha contestato Fiore e l’arrivo dei fascisti a Modena, invece, ha avuto la lucidità di riconoscere i propri limiti ma di intravedere, proprio a partire da essi, un potenziale ricompositivo della dinamica di scontro e conflitto.È proprio da quella piazza, infatti, che una parte della città ha sviluppato, in queste settimane, una prima fase di un percorso che tenta di porre in essere una contronarrazione e una controazione, partendo dall’esigenza di parzialità.Ma specificando, al contempo, l’esigenza di una parzialità militante, ovvero che si assuma la responsabilità di aprire un ragionamento che sia di parte.E tale parte non può non essere quella delle zone d’ombra della città, della vita dei quartieri, dei processi di inclusione e di esclusione che si esplicitano attraverso decisioni politiche, sociali, economiche, amministrative.Se da un lato risulta evidente quanto il processo che si pone come obiettivo quello di ridisegnare nuove strategie urbane passi anche da traiettorie di paura e senso di insicurezza, è altrettanto evidente quanto interi pezzi di città siano da tempo stati utilizzati come laboratorio di politiche repressive, di profilazione razziale, di controllo militare.Da qui l’esigenza del corteo del 23 maggio di partire e tornare in viale Gramsci e vivere quel momento al parco XXII Aprile.Quel quartiere, infatti, storicamente ghettizzato e isolato dal resto del contesto urbano, è divenuto negli ultimi anni oggetto di estensione delle logiche di gentrificazione e riqualificazione volte a espellere in maniera definitiva soggetti e soggettività marginalizzate prima e criminalizzate poi.Non esiste una neutralità dei luoghi.E non ci sono solo spazi da difendere.Esistono esigenze da esprimere che si collocano in spazi marginalizzati, esclusi, omessi.L’interrogativo da porsi rimane quello che riguarda la natura di azioni e narrazioni che possano diventare processi di frattura e ricomposizione di una soggettività che può riconoscersi tale solo attraverso la lotta.Audiolettura in pausa00:0003:451.00x