01Perchè un magazine?A Nord della ferrovia, territorio di contesaEditorialeRedazione5 minluglio 2026Torna all'articoloPerché un magazine?Middleware nasce da uno scarto che si è accumulato dentro esperienze di mobilitazione, momenti di contro-formazione e discussioni confuse attorno ai tavoli di un bar cinese di quartiere.Nasce da una sensazione di insufficienza: la difficoltà di stare dentro e contro il presente, attraversarne le contraddizioni, costruire strumenti all’altezza del tempo.L’anno che ci lasciamo alle spalle ha visto uno dei cicli di mobilitazione più importanti degli ultimi tempi: il “Blocchiamo tutto”.Anche nella nostra città abbiamo visto partecipazione di massa, disponibilità alla lotta, intelligenza collettiva.Il racconto secondo cui intorno a noi ci sarebbe solo passività si è incrinato dentro questa esperienza.Come se la passività fosse mai stata l’unico problema.Quando le lotte non ci sono, tendiamo a leggere quella passività come un limite esterno, fino a farne una giustificazione della nostra stessa immobilità.Facciamo fatica a stare dentro i tempi meno visibili delle lotte: quelli in cui fermarsi, riflettere, mettersi in ascolto, leggere la complessità che attraversiamo e accumulare forza da restituire dentro i conflitti.Non per descriverli da fuori o metterci alla loro testa, ma per rafforzarli, dare loro durata, costruire possibilità di organizzazione.Non lo diciamo dall’alto di chi ha già una soluzione.Al contrario: siamo parte del problema.Riconoscerlo è il primo passo per affrontare alcune tensioni irrisolte.È dentro questo contesto che abbiamo deciso di darci uno strumento.Il magazine di Middleware non nasce per occupare uno spazio nella comunicazione: c’è già chi lo fa meglio di noi.E non perché pensiamo che la forma redazionale, da sola, possa risolvere i limiti che abbiamo.Ci interessa per un’altra ragione.Un magazine d’inchiesta ci costringe a rallentare: raccogliere dati e materiali, discuterli, verificarli e restituirli.Deve metterci nelle condizioni di lavorare dentro un territorio, costruire relazioni, formulare ipotesi e individuare possibilità di intervento.Ci obbliga a non partire dal presupposto di avere già la verità in tasca, ma a sviluppare domande sempre più precise.Può trasformare frammenti dispersi di ragionamento in un campo di ricerca collettivo.Lo scopo di un magazine d’inchiesta militante non è descrivere ciò che accade da una posizione esterna.Non siamo accademici, e non ci interessa produrre un sapere separato dalle lotte e dalle condizioni che le rendono possibili.Il nostro obiettivo è darci strumenti che ci permettano di stare dentro e contro la realtà che attraversiamo, con una postura conricercante capace di modificare le nostre ipotesi, sviluppare linguaggi differenti, aprire nuovi percorsi di lotta.In questo senso, lo scopo del magazine non è il prodotto, ma il percorso che porta alla pubblicazione di un numero.Serve a metterci in una posizione scomoda: imparare a leggere il territorio a partire dalle composizioni che lo attraversano, osservarne i processi di trasformazione, riconoscerne le linee di frattura e a mettere a disposizione i nostri strumenti.Non per sostenere che le cose dovrebbero andare diversamente, ma per capire quali siano le condizioni che possono farle andare diversamente.Dentro questo processo può iniziare a formarsi un “noi”.Non un’identità già data, né un’appartenenza rassicurante costruita solo sul fatto che, forse, condividiamo spazi, lessico o percorsi.Un “noi” che si costruisce nella capacità di leggere insieme ciò che attraversiamo, formulare e discutere ipotesi, correggere la teoria con la pratica e la pratica con la teoria.Siamo convinti che i militanti non esistano in natura.Si formano nell’esperienza, ma l’esperienza da sola non basta: se resta schiacciata sull’urgenza, rischia di inseguire gli eventi senza riuscire a leggerne il processo, né ad anticiparne le possibilità di rottura.Il punto non è riflettere al posto di agire, ma costruire un tempo nostro contro il tempo del capitale: se questo frammenta, accelera e consuma, il nostro problema è darci forme capaci di durare, sedimentare, riconoscere i nessi e accumulare forza.Abbiamo deciso di pubblicare per nodi tematici e questo numero zero ha avuto come filo la sicurezza.Non perché Middleware nasca per occuparsi di sicurezza urbana, né perché vogliamo proporre una variante “populista di sinistra” del lessico securitario.Nel lavoro tra Sacca e Crocetta, la parola sicurezza è emersa come uno snodo attorno a cui si organizzano politiche territoriali che non riguardano solo l’ordine pubblico, ma ridefiniscono la vita e il modello di sviluppo economico del quartiere.Assumere questa parola come punto di partenza ci ha permesso di cogliere contraddizioni più larghe.Pubblicare per nodi tematici non serve a esaurire un argomento.Serve ad aprire un campo d’indagine.La nostra idea di numero è la restituzione di un ragionamento collettivo capace di tenere insieme tre piani: raccolta dati, contro-formazione e inchiesta.I dati non sono una garanzia di verità, ma tracce da interrogare: servono a verificare le intuizioni, mettere alla prova le ipotesi e orientare la pratica.La contro-formazione non è trasmissione di contenuti, ma produzione di capacità comuni: imparare insieme a osservare, nominare, elaborare e trasformare ciò che attraversiamo.L’inchiesta è il piano in cui questo lavoro torna dentro relazioni vive, con soggetti situati, non per confermare ciò che pensavamo già, ma per produrre conoscenza più potente e reinserirla nella pratica.Middleware non procederà per scadenze obbligate, né per inseguire l’attualità.Uscirà quando un nodo di lavoro avrà raggiunto una soglia di restituzione: quando ipotesi, materiali e relazioni potranno essere rimessi in circolazione, discussi, criticati, usati.La periodicità sarà irregolare perché irregolare è il tempo dell’inchiesta, della formazione e dell’accumulo di forza.Questo numero zero non chiude il percorso sulla sicurezza, né chiude la domanda su Middleware.Al contrario, rende quella domanda più concreta: un numero non è un punto fermo, ma il modo che ci diamo, per ora, per rendere discutibile il lavoro fatto e possibile quello che viene dopo.Audiolettura in pausa00:0005:011.00x