Perchè un magazine?
Middleware nasce da uno scarto che si è accumulato dentro esperienze di mobilitazione, momenti di contro-formazione e discussioni confuse attorno ai tavoli di un bar cinese di quartiere. Nasce da una sensazione di insufficienza: la difficoltà di stare dentro e contro il presente, attraversarne le contraddizioni, costruire strumenti all’altezza del tempo.

L’anno che ci lasciamo alle spalle ha visto uno dei cicli di mobilitazione più importanti degli ultimi tempi: il “Blocchiamo tutto”. Anche nella nostra città abbiamo visto partecipazione di massa, disponibilità alla lotta, intelligenza collettiva. Il racconto secondo cui intorno a noi ci sarebbe solo passività si è incrinato dentro questa esperienza. Come se la passività fosse mai stata l’unico problema.
Quando le lotte non ci sono, tendiamo a leggere quella passività come un limite esterno, fino a farne una giustificazione della nostra stessa immobilità. Facciamo fatica a stare dentro i tempi meno visibili delle lotte: quelli in cui fermarsi, riflettere, mettersi in ascolto, leggere la complessità che attraversiamo e accumulare forza da restituire dentro i conflitti. Non per descriverli da fuori o metterci alla loro testa, ma per rafforzarli, dare loro durata, costruire possibilità di organizzazione.
Non lo diciamo dall’alto di chi ha già una soluzione. Al contrario: siamo parte del problema. Riconoscerlo è il primo passo per affrontare alcune tensioni irrisolte.
È dentro questo contesto che abbiamo deciso di darci uno strumento. Il magazine di Middleware non nasce per occupare uno spazio nella comunicazione: c’è già chi lo fa meglio di noi. E non perché pensiamo che la forma redazionale, da sola, possa risolvere i limiti che abbiamo. Ci interessa per un’altra ragione.
Un magazine d’inchiesta ci costringe a rallentare: raccogliere dati e materiali, discuterli, verificarli e restituirli. Deve metterci nelle condizioni di lavorare dentro un territorio, costruire relazioni, formulare ipotesi e individuare possibilità di intervento. Ci obbliga a non partire dal presupposto di avere già la verità in tasca, ma a sviluppare domande sempre più precise. Può trasformare frammenti dispersi di ragionamento in un campo di ricerca collettivo.
Lo scopo di un magazine d’inchiesta militante non è descrivere ciò che accade da una posizione esterna. Non siamo accademici, e non ci interessa produrre un sapere separato dalle lotte e dalle condizioni che le rendono possibili. Il nostro obiettivo è darci strumenti che ci permettano di stare dentro e contro la realtà che attraversiamo, con una postura conricercante capace di modificare le nostre ipotesi, sviluppare linguaggi differenti, aprire nuovi percorsi di lotta.