02Scomporre la sicurezzaA Nord della ferrovia, territorio di contesaContributi4 minluglio 2026Torna all'articoloScomporre la sicurezza.Il 16 maggio Modena è stata attraversata da un evento che ha lasciato una ferita profonda nella città.Salim El Koudri lancia la propria auto sulla folla nel centro storico, provocando otto feriti, quattro dei quali in modo grave.Nel giro di poche ore il dibattito pubblico si polarizza attorno a due semplificazioni: il terrorista islamico e il folle isolato.Due figure apparentemente contrapposte che producono però lo stesso effetto: separare l’evento dalle condizioni materiali, sociali e politiche dentro cui viene letto.Da una parte si è provato a ricondurre l’accaduto allo scontro di civiltà, all’emergenza sicurezza e all’incompatibilità tra mondi diversi.Dall’altra lo si è chiuso nella vicenda individuale di un soggetto isolato, dentro il perimetro della patologia.La figura del terrorista produce un nemico esterno, quella del folle produce un’eccezione incomprensibile.In entrambi i casi, si evita di interrogare ciò che l’evento apre nella città e nei suoi rapporti sociali.Mentre il dibattito mediatico e politico si consuma tra paura, indignazione e strumentalizzazione, l’annuncio di una mobilitazione di Forza Nuova in città produce una risposta rapida, in parte spontanea, appoggiata su reti di relazione già esistenti.Mercoledì sera decine di persone, soprattutto giovani e precari, si ritrovano a pochi metri dal presidio per contestare la presenza neofascista.Ne seguono tensioni e scontri con fascisti e forze dell’ordine.Preso isolatamente, l’episodio sarebbe probabilmente destinato a chiudersi lì.Eppure qualcosa impedisce che tutto si esaurisca quella sera.Il giorno successivo ci si ritrova al Parco XXII Aprile, nel quartiere Sacca/Crocetta.Quello che poteva restare un passaggio episodico diventa, nelle due settimane successive, una presenza quotidiana nel quartiere.Si organizza un corteo, si preparano materiali, si moltiplicano momenti di confronto.Il merito di questo percorso, mi sembra, non sta tanto nelle risposte che è riuscito a produrre, quanto nella qualità delle domande che ha lasciato aperte: il rapporto tra sicurezza e territorio, tra presenza politica e radicamento, tra composizione di classe e trasformazioni urbane.La Sacca/Crocetta non è un quartiere neutro né immediatamente leggibile.È un pezzo di città storicamente popolare, attraversato oggi da una composizione sociale stratificata: residenti di lungo periodo, famiglie operaie, ceti medi declassati, migranti, seconde generazioni, lavoratori e lavoratrici della logistica e dei servizi, giovani precari e studenti abitano lo stesso spazio senza formare automaticamente un soggetto comune.I confini non sono netti, le appartenenze non sono stabili, le condizioni materiali non producono da sole riconoscimento reciproco.Dentro questa stratificazione si inseriscono trasformazioni urbane pianificate, recupero di aree dismesse, processi di valorizzazione immobiliare, estensione dell’articolazione logistica e nuove funzioni urbane che modificano gli equilibri del quartiere.A questi processi si sommano tensioni più quotidiane: disagio abitativo, servizi insufficienti, spazi pubblici contesi, spaccio, paura, percezione di abbandono.La narrazione mainstream riduce il campo a opposizioni semplici: adulti contro giovani, italiani contro immigrati, società civile contro spacciatori, ordine contro degrado.Non si tratta di negare che questi conflitti esistano.Al contrario, il punto è capire come vengano nominati, organizzati e governati.Quando in un quartiere mancano servizi, quando gli spazi pubblici vengono lasciati degradare, quando la casa diventa più precaria, l’insicurezza non è soltanto una percezione indotta dall’alto.Dentro uno stato di crisi permanente, segnato da guerra, impoverimento e indebolimento dei legami collettivi, può diventare un’esperienza concreta della vita quotidiana.Il problema è che questa esperienza viene catturata e spinta in una sola direzione: controllo, polizia, ronde, logiche di espulsione.La sicurezza smette così di indicare le condizioni per vivere meglio e diventa il nome di una gerarchia da ristabilire.Per questo parlare di sicurezza è scomodo, ma necessario.Scomodo perché costringe a entrare in un terreno che molti abitanti associano a esperienze concrete di paura e abbandono.Necessario perché liquidare quella domanda come pura costruzione reazionaria significa lasciarla organizzare da altri.Le paure che attraversano il quartiere non vanno derise né assunte così come si presentano.Vanno ascoltate, scomposte, interrogate.Dentro la parola sicurezza convivono livelli differenti: paura e abbandono, razzismo e conflitto generazionale, disagio abitativo e trasformazione urbana, desiderio di controllo e bisogno di legami.Trattarli come un blocco unico significa consegnare il campo alla narrazione più forte, che oggi è quasi sempre quella repressiva.Scomporre, invece, apre uno spazio di inchiesta: significa chiedersi chi vive il quartiere, chi lo attraversa, quali pratiche coesistono, chi lo governa e chi prova a valorizzarlo in funzione del mercato.Le ultime settimane alla Sacca/Crocetta hanno mostrato anche i limiti del percorso che abbiamo aperto.Pochi tra quelli che lo hanno animato abitano realmente il quartiere.Molte persone guardano, si incuriosiscono, a volte si avvicinano, ma non sono parte attiva del processo.La conoscenza del territorio resta parziale.Il rischio di arrivare con categorie già pronte è evidente.Una presenza politica, anche quando generosa, non coincide automaticamente con un radicamento.Questo limite non va rimosso, ma assunto.Il valore di quelle settimane, allora, sta forse nell’aver reso visibile un campo di domande.Cosa significa sicurezza in un quartiere popolare attraversato da trasformazioni urbane e disagio abitativo?Come riconosciamo ambivalenze e contraddizioni dentro un linguaggio che non comprendiamo fino in fondo, ma che attraversa la vita quotidiana del quartiere?Di quali strumenti di inchiesta e organizzazione abbiamo bisogno?La risposta non può essere una narrazione securitaria rovesciata, né la proclamazione astratta di un percorso di lotta di classe.Il primo passo, meno appariscente, è produrre conoscenza situata e condivisa: trasformare la presenza in ascolto, l’ascolto in relazione, la relazione in possibilità di organizzazione.Queste due settimane non ci consegnano una teoria della sicurezza, né una formula organizzativa già pronta.Nemmeno una conoscenza soddisfacente della Sacca/Crocetta.Lasciano piuttosto delle tracce: a noi il compito di seguirle e di costruire le condizioni per tornare, indagare più a fondo, formulare domande più precise, costruire e condividere strumenti sempre più affilati.Audiolettura in pausa00:0005:301.00x