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Middleware
Conricerca e stile della militanza
7 apr 2026
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Contro-formazione
19 minuti di lettura
Terzo appuntamento di contro-formazione sull'operaismo politico italiano a cura di Middleware.
Questo testo raccoglie i contenuti del terzo di quattro incontri di contro-formazione dedicati all'operaismo politico italiano. Il ciclo è strutturato in quattro parti: contesto e origini, genealogia e lessico, conricerca e stile della militanza, e infine tracce e ipotesi.
Nel primo incontro abbiamo ricostruito il contesto: l'Italia del miracolo economico, la crisi del movimento operaio tradizionale, l'emergere di una figura nuova, l'operaio-massa. E abbiamo visto come un piccolo gruppo di militanti abbia potuto esercitare un impatto sproporzionato rispetto ai propri numeri: perché hanno anticipato, scommettendo su una composizione di classe che nessuno ancora vedeva.
Nel secondo incontro abbiamo costruito un lessico comune: capitale e lavoro, composizione di classe, soggettività, tendenza, autonomia. Non concetti da imparare a memoria, nessuna accademia di movimento, ma parole da usare come arnesi per leggere la complessità dell'oggi e intervenire sul rapporto di forza.
Questo terzo incontro parte da dove il secondo si era fermato. Avevamo detto che la composizione di classe si legge solo dall'interno del rapporto, che produrre conoscenza e produrre organizzazione non sono due momenti separati. Ma come si fa, concretamente? Come si produce conoscenza politica stando dentro il rapporto che si vuole trasformare? E chi è la figura che deve rendere possibile tutto questo?
È su queste domande che si è misurato Romano Alquati e che noi oggi proveremo a riprendere.
Un cane in chiesa
Un cane in chiesa disturba, è fuori posto e non può fare a meno di esserlo. Romano Alquati era così: dava fastidio non solo all'università e al mondo intellettuale, ma anche a molti compagni. Il suo modo di lavorare metteva a disagio le certezze di chiunque, rimetteva continuamente in discussione quello che sembrava acquisito. E per questo il suo pensiero è stato spesso ignorato. Ma, come scrivono i curatori del volume che raccoglie i suoi scritti:
«dare fastidio è forse la più significativa qualità di una soggettività rivoluzionaria».
Alquati viene da Cremona e arriva nella Torino industriale degli anni Cinquanta. Si forma in rottura con il PSI e con il sindacato: il mito della classe operaia non gli basta. Non gli basta sapere cosa gli operai dovrebbero fare secondo una teoria già confezionata. Bisogna andare a vedere, capire cosa fanno e come pensano, scommettere sulla soggettività operaia reale. Quando arriva a Torino trova qualcosa che le organizzazioni comuniste non sanno leggere: una classe operaia che non si comporta come dovrebbe. Giovani operai che non si riconoscono nel sindacato, che non parlano il linguaggio del partito. Per il movimento ufficiale sono un problema. Per Alquati sono il punto di partenza.
Alquati non chiude mai le domande: le sposta. Rifiuta le ortodossie nel momento stesso in cui si formano. Quando l'operaismo stava diventando un fatto più accademico che di conflitto, lui si era già messo a pensare altrove. Per questo è difficile da sistemare in una storia lineare, e per questo vale la pena leggerlo: non per trovare risposte pronte, ma per imparare a farsi le domande giuste.
Cos'è la conricerca
La conricerca è il metodo con cui Alquati risponde alla domanda: come si produce conoscenza politica stando dentro la realtà che si vuole trasformare? Non è una tecnica di ricerca, non è un questionario da somministrare, non è un'inchiesta sociologica. È qualcosa di più radicale: un modo di stare dentro il conflitto che tiene insieme conoscenza e organizzazione, senza separare chi studia da chi lotta.
Per capire perché nasce, dobbiamo ripartire da due cose che avevamo affrontato nel secondo incontro. La prima: il capitalismo è un rapporto sociale mediato dal conflitto, un processo che esiste solo nel suo continuo riprodursi, senza una traiettoria predeterminata. La seconda: il concetto di coscienza di classe, così come era stato cristallizzato dalla tradizione comunista, produce separatezza. Il partito porta la coscienza, la classe la riceve. Chi conosce sta da un lato e chi lotta dall'altro.
La conricerca nasce per rompere questa divisione. Nasce da un problema politico concreto: come produrre conoscenza senza riprodurre quella separatezza.
C'è però un fraintendimento da evitare subito: la conricerca non è una cosa che si fa, non ha un inizio e una fine. È al tempo stesso metodo e stile. Trattarla come una tecnica da applicare è esattamente il contrario di quello che è.
Stare dentro
Il punto di partenza di Alquati è un riconoscimento: siamo tutti dentro il rapporto capitalistico. Non esiste un fuori, non esiste un punto di osservazione esterno da cui guardare il capitalismo come oggetto. Questo vale per il ricercatore, per il militante, per i soggetti che si vogliono incontrare. Siamo dentro, tutti, in modo diverso.
Da questo riconoscimento derivano due conseguenze fondamentali, che distinguono la conricerca dall'inchiesta classica.
La prima: tutto è processo. Se siamo dentro un processo in continuo movimento, non è possibile scattare una fotografia immobile della realtà. La realtà che stiamo indagando cambia mentre la indaghiamo, e noi cambiamo mentre la indaghiamo. Cercare un "fermo immagine" che restituisca lo stato delle cose in una dimensione statica è, semplicemente, sbagliato.
La seconda: non c'è distanza tra chi guarda e chi è guardato. Nell'inchiesta classica si raccoglie, si elabora, si consegna il risultato a un soggetto politico già costituito. Ricercatore e ricercato restano separati, la conoscenza viene prodotta da un lato e consegnata dall'altro. Nella conricerca non funziona così: produrre conoscenza è già, nel processo, produrre organizzazione. Non c'è un prima e un poi, una fase di studio e poi una fase di azione. Sono la stessa cosa.
Alquati lo dice in modo diretto:
«Nello stesso processo di conricerca esistono figure che hanno capacità differenti, che si devono formare, comporre e organizzare non per rafforzare le posizioni esistenti, ma per sovvertirle.»
Le differenze di competenza non spariscono. Non si tratta di orizzontalismo: non si appiattiscono le posizioni, non si finge che tutti sappiano le stesse cose. Si tratta di mettere le differenze al servizio di una trasformazione comune, non di un comando.
Stare contro
Stare dentro, però, non basta. La conricerca significa stare dentro e contro.
Stare contro vuol dire partire dalla consapevolezza della propria condizione e dal desiderio di rifiutarla perché insostenibile. La conricerca si fa quando si trova questo mondo invivibile e si vuole cambiarlo. Non è un'operazione neutrale di produzione di sapere: è politicamente orientata, punta a cambiare lo stato delle cose non aspettando il cambiamento, ma creando le condizioni perché avvenga.
Se non esiste un fuori dal capitalismo, non esistono nemmeno strumenti neutri da cui partire. Occorre quindi impossessarsi degli strumenti del capitale e controutilizzarli, non rifiutarli. Le macchine, la scienza, le tecnologie di comunicazione, le forme organizzative: non esistono strumenti vergini, tutti vengono da un rapporto di forza, tutti portano impresso il segno del comando. Ma proprio perché nati come strumenti di comando, possono essere curvati e trasformati in strumenti di liberazione. Le contro-risorse si costruiscono curvando ciò che c'è già.
L'ambivalenza
Qui entra il concetto di ambivalenza, uno dei cardini del pensiero di Alquati. Ogni fenomeno, ogni strumento, ogni processo contiene variabili che vanno in direzioni diverse. Non è il solito richiamo alla complessità del reale: è una tesi politica. All'interno di qualsiasi situazione coesistono tendenze che vanno in direzioni diverse, e la domanda non è quale sia quella "vera", ma quale si possa spingere nella direzione che ci interessa.
Cogliere l'ambivalenza non significa oscillare tra posizioni o rifiutarsi di scegliere. Significa avere la capacità di vedere le differenze dove gli altri vedono un blocco omogeneo, e usare quelle differenze per costruire forza. In una situazione di contrapposizione di classe, cogliere l'ambivalenza può essere il modo per potenziare la costruzione di una contrapposizione al dominio capitalistico. Il controutilizzo non è trovare un impiego alternativo a qualcosa: è piegare lo scopo di un mezzo verso fini organizzativi. La scienza, l'informazione, le piattaforme digitali: tutto ciò che il capitale usa per organizzare il comando può diventare terreno su cui costruire il conflitto.
Organizzazione come punto di verifica
Il "con" nella conricerca non è un prefisso decorativo. Indica che ricercatori e soggetti coinvolti si trasformano entrambi nel processo. Produrre conoscenza di parte è utile se riesce anche a produrre organizzazione. L'organizzazione è il punto di verifica del rapporto tra teoria e prassi: è lì che vai a vedere se i tuoi ragionamenti collimano con la realtà, se le ipotesi che hai formulato reggono all'impatto con i comportamenti concreti.
Ma produrre organizzazione non è un fatto individuale. La fuoriuscita dalla civiltà del capitale va organizzata e conquistata dentro un processo collettivo di conflitto e rottura.
Il problema del linguaggio
La conricerca richiede almeno tre registri linguistici distinti, e questa non è una questione tecnica: è politica.
Il primo è il linguaggio della ricerca: le categorie analitiche con cui si elabora tra compagni, le ipotesi, i concetti. Il secondo è il linguaggio dell'oggetto: la padronanza tecnica del rapporto specifico che si sta indagando, come è fatto quel lavoro, quella filiera, quella piattaforma, quel territorio. Il terzo è il linguaggio quotidiano dei soggetti: come descrivono la propria condizione fuori dalle categorie del rapporto, cosa dicono quando non stanno parlando "politicamente".
I tre registri non coincidono e non devono coincidere. Portare direttamente le categorie della ricerca sui soggetti chiude la conversazione: crei uno scollamento che rende incomprensibile quello che dici, o peggio fa sentire l'interlocutore giudicato. Dissolversi nel linguaggio quotidiano senza tradurlo produce populismo: ci si appiattisce su quello che la base dice già, rinunciando alla funzione di mediazione. Ignorare il linguaggio dell'oggetto significa non capire la composizione tecnica specifica: fare ragionamenti che non corrispondono a come è davvero fatto quel lavoro o quel reparto.
La conricerca funziona nel lavoro di traduzione tra i tre piani. È lì che si produce qualcosa di nuovo per tutte le parti.
Lavorare per ipotesi
Per Alquati la conricerca non parte mai da una teoria da verificare, ma da tante ipotesi da mettere alla prova. Occorre estrarre variabili dalla realtà per comprenderne le connessioni: prima una descrizione della realtà, poi la scelta delle varianti fondamentali, poi lo studio delle loro relazioni. Si formula un'ipotesi, la si riprende in una dimensione di processo, non statica ma dinamica. Questo lavoro deve essere fatto tenendo lo sguardo in avanti: è un perenne equilibrio tra la realtà che si ha davanti e le possibilità future.
La caratteristica fondamentale del ragionamento di Alquati è invertire la direzione del processo: non si costruisce una teoria da convalidare nella ricerca, non si parte dalle risposte per cercare conferme. Si parte da tante ipotesi per arrivare, a partire da queste, a una teoria politica. Chi arriva con le risposte e cerca conferma ha già smesso di ricercare: sta solo organizzando il proprio consenso. Il dissenso è materiale di lavoro, non un incidente. Il consenso prematuro e la chiusura identitaria bloccano sia la ricerca che l'organizzazione.
C'è anche il rischio simmetrico: non si fa conricerca portando una verità già pronta da depositare. Il militante non è rappresentativo della classe che studia, e scambiare l'autoinchiesta per inchiesta è uno degli errori più costosi. La conoscenza conricercata non è un pacchetto da consegnare: circola per essere modificata e riusata, è pensata per produrre effetti imprevisti e nuove elaborazioni.
Citando direttamente Alquati:
«Le ipotesi non sono altro che congetture su come potrebbero essere davvero fatte quelle cose, oppure sul perché sono così, o su come potrebbero evolvere.» Queste sono le tre dimensioni della ricerca: la dimensione descrittiva (com'è fatta una realtà), la dimensione esplicativa (perché è fatta così) e la dimensione simulativa (come potrebbe evolvere). Tutte e tre sono necessarie, e la terza, la simulazione delle tendenze future, è quella che permette di anticipare piuttosto che inseguire.
A tiepido
Quando si fa conricerca? Non si fa né a caldo né a freddo.
A caldo, quando la lotta è già esplosa, si è arrivati tardi: la situazione si è già definita, le tendenze si sono già determinate, è difficile incidere strutturalmente su quel momento. A freddo, quando tutto si è già sedimentato, le possibilità che c'erano si sono chiuse. Si fa quando le tendenze stanno emergendo: abbastanza visibili per essere lette, abbastanza aperte per poter essere piegate.
Metodo e stile della militanza
La conricerca è un metodo, ma Alquati preferisce una definizione più precisa: è lo stile della militanza. Non si fa conricerca come si applica una tecnica; si fa conricerca come si vive la propria militanza.
La si fa quando si trova questo mondo invivibile e si vuole cambiarlo. Se si sta bene nel capitalismo, la conricerca non interessa: richiede fatica, richiede di mettersi in discussione, richiede la volontà autentica di sovvertire, non di migliorare. È indispensabile dunque contro-formare una capacità di pensare e agire dentro processi continuamente aperti e modificabili. Lo scopo immediato della conricerca è acquisire nuova conoscenza più potente, cioè più efficiente per conseguire lo scopo di trasformazione della realtà.
Il modellone
Alquati aveva un modo di presentare la conricerca come processo, quello che lui stesso chiamava "il modellone": non un manuale di istruzioni, ma una mappa dei passaggi fondamentali, ricorsivi e interscambiabili.
Il disegno provvisorio
Il punto di partenza è sempre un'ipotesi di lavoro, non un modello "vero" della realtà. Il disegno serve a guidare l'esplorazione, il percorso, ma deve poter essere riscritto strada facendo. Se si arriva alla fine con le stesse domande dell'inizio, qualcosa non ha funzionato: o ci si è fatti le domande sbagliate, o si sono cercate le risposte nel posto sbagliato, o la postura era quella di chi già sapeva e cercava solo conferma.
I sei momenti
I momenti fondamentali del processo sono sei: formulare ipotesi, raccogliere, interpretare ed elaborare, omologare, diffondere trasformativamente, valutare e ripartire. Non è una sequenza lineare: si può tornare più volte sugli stessi passaggi a livelli diversi. Il cuore del processo è l'interpretazione e l'elaborazione, e poi l'omologazione: è lì che la conoscenza cambia forma e diventa condivisibile.
Dato, informazione, sapere
Una distinzione che Alquati tiene ferma con insistenza è quella tra dato, informazione e sapere. Non sono sinonimi, e non è indifferente confonderli.
Il dato è una traccia zitta: sta lì, disponibile, ma da solo non dice niente. L'informazione è una differenza: nasce quando qualcuno coglie una discontinuità nel reale, quando qualcosa colpisce perché è diverso da quello che ci si aspettava. Il sapere nasce da salti interpretativi, non da progressioni lineari: richiede forzature, ipotesi successive, messa alla prova.
Alquati lo dice con la precisione che lo caratterizza:
«I dati sono spesso ben definiti come delle orme, delle tracce lasciate dagli eventi in qualche modo accaduti. Ed attraverso di questi noi possiamo ricostruire e comprendere qualcosa di quegli eventi oscuri; noi perché appunto i dati sono piuttosto passivi, inerti, zitti. L'informazione è una differenza; noi la notiamo, la osserviamo, ne notiamo il contenuto perché nella realtà che stiamo osservando notiamo che c'è una discontinuità, una differenza: se non ci fosse un qualcosa di differente noi non ne avremmo perfezione, non ne saremmo attratti: il suo essere differente ci colpisce. Le informazioni poi creano altre differenze. Dove? Nel sapere e nella conoscenza.»
Per questo il raccogliere non è mai una semplice operazione di accumulazione. L'informazione la si produce già selezionando e dando pertinenza: decidere a cosa prestare attenzione è già un atto interpretativo, già una scelta politica. Non esiste raccolta neutra.
Trattamento ed elaborazione
C'è un'altra distinzione da tenere ferma: quella tra trattamento ed elaborazione. Trattare significa ordinare, pulire, archiviare: eliminare quello che non serve, selezionare quello che serve, mettere in ordine. Elaborare significa trasformare il materiale in connessioni nuove, ipotesi operative. Il rischio contemporaneo è scambiare la facilità del trattamento, agevolata da strumenti tecnologici sempre più potenti, per avanzamento della ricerca. Si può processare una quantità enorme di dati e non aver capito niente: l'elaborazione resta il nodo decisivo, e non si può delegarla a nessuno strumento.
Lo schedario
Prima di raccogliere, bisogna saper estrarre variabili dalla realtà: capire cosa può cambiare stato e cosa regge il fenomeno, cosa è stabile e cosa è mobile. Lo schedario, schede autonome e rimescolabili, è lo strumento con cui Alquati organizza questo lavoro: rende visibile una gerarchia di livelli nella realtà, permette di gerarchizzare i dati, ricordando che sono sempre in relazione tra loro e vanno pesati all'interno della funzione che svolgono. Non è un archivio: è già un primo modello operativo, aggiornabile e riusabile. La forma concreta può variare, dall'artigianale al digitale, ma la logica resta la stessa: organizzare il pensiero collettivo in modo che resti modificabile nel tempo.
Tecniche di raccolta
Le tecniche di raccolta non sono neutre: siamo sempre dentro un processo orientato, e la scelta di come raccogliere è già una scelta politica. Osservazione partecipante, interviste in profondità, colloqui guidati, storie di vita: mentre conosci, influisci e vieni influenzato. La postura è dentro e fuori allo stesso tempo: inserimento reale nelle vite e distacco mai spento, distinguendo rilevazione e intervento. L'imprevisto, lo "shock" che non si aspettava, sono spesso i reperti più fertili: aprono traiettorie che nessuna griglia aveva previsto. Il diario sistematico è lo strumento minimo di memoria e radicamento: senza tenere traccia di quello che osservi, perdi esattamente quello che non si riesce a catturare in altro modo.
Tutto questo si impara soprattutto per imitazione e conversazione nella pratica, quella che Alquati chiama via calda. I mezzi freddi, come questa lezione, sono un supporto: utile, ma non sufficiente. Il sapere non si trasmette, si costruisce nella pratica.
Il militante intermedista
Abbiamo visto cos'è la conricerca e come funziona. Manca la terza domanda: chi deve farla?
La risposta di Alquati è precisa: la conricerca richiede una figura di medio raggio. Né separata dalla composizione, il salotto intellettuale che produce teoria su ciò che non conosce direttamente, né fusa con essa, chi si appiattisce sulla base senza capacità di direzione. Una figura che si colloca tra l'elaborazione teorica e la pratica militante, nel punto in cui i due si incontrano, si verificano e si modificano reciprocamente.
Alquati chiama questa figura il militante intermedista: colui che fa della conricerca lo stile della propria militanza.
Il militante non è l'attivista
È necessario chiarire subito una distinzione che oggi viene continuamente sfumata: militante e attivista non sono sinonimi. La differenza non è quantitativa, il militante non è semplicemente chi fa "più cose", ma qualitativa, di missione.
L'attivista scende in campo a partire da tematiche specifiche: la lotta ambientale, i diritti di una comunità marginalizzata, una vertenza locale. Il suo obiettivo non parte dal desiderio di sovvertire il capitalismo, ma di renderlo più accettabile, di smussarne i lati più brutali. È, in fondo, la stessa logica della socialdemocrazia: dentro al capitalismo, costruire un capitalismo migliore.
Il militante è qualcosa di diverso. È colui che sente insostenibile la propria condizione e non vuole migliorare la propria vita nel capitalismo: ne vuole la distruzione. Il militante nasce dall'essere contro, contro il nemico esterno, ma anche contro quel nemico che si è incorporato dentro di noi, crescendo in una società capitalistica che da quando siamo nati ci ha inculcato un modo di vedere, di desiderare, di stare insieme. Non possiamo partire dal presupposto che tutto questo non ci riguardi: ne siamo impregnati, e in primis dobbiamo agire anche contro noi stessi.
Il "per" deriva sempre dal "contro". Come scrive Gigi Roggero in Elogio della militanza:
«Il sacrificio del militante non ha niente a vedere con la privazione. È al contrario, l'arricchimento soggettivo e la lotta incessante contro la privazione a cui quotidianamente il capitale ci costringe in termini di reddito e di capacità umana [...]. L'attività militante è impegno e la fatica di demercificare il desiderio del proprio agire. È la disciplina della passione sovversiva, la sua trasformazione in arma di attacco e organizzazione.»
Il militante non si limita a partecipare: costruisce continuità, ossessione, orientamento. È una figura divisiva, nel senso preciso che costruisce continuamente un noi e un loro, separa per ricomporre la propria parte. Non siamo alla ricerca del bene universale: riconosciamo una parte e agiamo da quella parte.
Il triangolo che si è rotto
L'operaismo degli anni Sessanta e Settanta si è potuto sviluppare grazie a tre figure che si tenevano insieme: intellettuali, militanti intermedisti, soggetti di base. Questo intreccio formava un triangolo in cui teoria e prassi si incontravano in un rapporto di scambio circolare. La figura chiave era il militante intermedista: quello capace di tenere insieme l'alto e il basso.
Il flusso non era unidirezionale. Il militante intermedista non si limitava a tradurre in pratica la teoria verso la base: modificava la teoria a partire dalla pratica. L'alto elaborava, il basso agiva, il medio raggio verificava e correggeva entrambi. Prassi-teoria-prassi: un ciclo circolare. Non è apologia del basso: il basso non è un valore in sé, è il terreno su cui si lavora per rovesciare chi sta in alto. Ma il flusso è bidirezionale, non verticale a senso unico.
La crisi di questa figura, verso la fine degli anni Ottanta, ha rotto il triangolo. Chi stava in basso si è trovato in una quotidianità priva di respiro strategico: il fare senza sapere perché, senza direzione, senza connessione con un orizzonte. Chi stava in alto si è ritrovato a rispecchiarsi dentro i propri concetti, ragionamenti bellissimi senza verifica sul campo. Senza il medio raggio, i due poli si sono autoreferenzializzati: ciascuno ha trovato la propria comunità di riconoscimento e ha smesso di modificarsi nel rapporto con l'altro.
Tre errori da cui stare in guardia
Dal triangolo rotto derivano tre errori concreti che il militante intermedista deve evitare.
Il primo è separare teoria e pratica: trasformare la teoria in elaborazione astratta senza verifica sul campo, oppure ridurre la pratica a puro attivismo senza prospettiva. Nei due casi si rompe la funzione del medio raggio.
Il secondo è confondere militante e soggetto, ovvero scambiare l'autoinchiesta per inchiesta. Il militante non è rappresentativo della composizione che studia. Fare conricerca su se stessi cercando conferma alle proprie idee non è conricerca: è costruzione di consenso interno. Vale anche il contrario: non si fa conricerca portando una verità già pronta da depositare.
Il terzo è fare apologia del basso: idealizzare il basso significa rinunciare alla funzione di mediazione e consegnarsi alla quotidianità senza direzione. Il basso non porta in quanto tale nessuna verità.
Tutti e tre rompono la funzione del medio raggio.
Identità o rottura
C'è un quarto errore, più sottile: accontentarsi del presente, mettere l'identità prima della rottura.
Se l'obiettivo è rompere il sistema capitalistico, bisogna prima essere in grado di rompere con se stessi, come soggetti e come organizzazioni. Non è solo un sacrificio organizzativo: è rifiutare la forma di vita che il capitale ci impone di riprodurre dentro di noi. Il nemico non è solo fuori: è entrato nella testa, nelle relazioni, nei desideri. Il nostro sguardo deve essere sempre rivolto verso lo sviluppo dei comportamenti antagonisti, dell'autonomia di classe, non verso la riproduzione delle nostre organizzazioni.
Il centro sociale può essere uno strumento tattico in determinate fasi. Il problema si è presentato quando da strumento tattico è diventato il fine strategico, quando si è invertito il rapporto: quando l'obiettivo è diventato avere il centro sociale, invece di usare il centro sociale per fare qualcosa. Quella inversione è il momento in cui si smette di fare politica e si comincia a gestire se stessi.
Tattica e strategia
Questo pone un problema di metodo: come si tiene insieme la continuità del processo con la discontinuità dell'evento?
Dobbiamo rifiutare due derive simmetriche: la teologia dell'evento, cioè il fare continuo senza direzione strategica, e la mistica del processo, cioè aspettare che le condizioni maturino oggettivamente. La continuità del processo senza la discontinuità dell'evento porta all'oggettivismo; la discontinuità dell'evento senza la continuità del processo porta all'idealismo.
In questo si vede il rapporto tra tattica e strategia. Il militante deve combinare la massima rigidità strategica con la massima flessibilità tattica. La rigidità va posta sugli obiettivi progettuali: il processo, l'orizzonte, il fine. La flessibilità riguarda i percorsi: sapere che quegli obiettivi si raggiungono attraverso strade non lineari e spesso contraddittorie, e che anche le forme organizzative possono cambiare senza che cambi l'obiettivo. Il successo non si misura dall'affluenza all'assemblea: si misura dalla capacità di incidere sul rapporto di forza.
Anticipare: o arrivi prima o non arrivi
Spesso il nostro sguardo è troppo rivolto al calore dell'evento: fatichiamo ad anticipare prima e a capire cosa si è sedimentato poi. Quante volte, a fine lotta, che fosse andata bene o male, abbiamo ripetuto le stesse mosse invece di chiederci cosa si era trasformato, cosa era rimasto?
Se la conricerca si fa a tiepido, serve a piegare la tendenza. Il momento decisivo sono le fasi di ebollizione, l'istante prima che le tendenze esplodano: quando sono abbastanza visibili per essere lette, abbastanza aperte per poter essere piegate. Prima è troppo presto, dopo è troppo tardi.
Anticipare è il modo che abbiamo per agire sulle tendenze. Il militante deve avere la capacità di scommettere al momento giusto. I due fallimenti simmetrici sono l'evoluzionismo organizzativo, aspettare che le condizioni maturino da sole, e il volontarismo rivoluzionario, forzare senza composizione, portare la propria agenda su una situazione che non è ancora pronta a riceverla.
Le rivolte dell'operaio-massa non sono nate da sole: c'è stato un lavoro durato anni prima, un lavoro in cui chi lo faceva non vedeva ancora il risultato. L'anticipazione non è preveggenza: è lavoro paziente di costruzione nelle fasi in cui nessuno vede ancora cosa si sta costruendo.
Formatore e contro-formatore
È tramite la conricerca che si produce nuovo sapere. Ma il militante intermedista non produce solo sapere per sé: deve saper produrre capacità di critica e autonomia di apprendimento negli altri.
Anche qui vale il principio del controutilizzo: alla formazione rispondere con la contro-formazione. Contro-formare vuol dire innanzitutto agire contro se stessi, rompere con la propria condizione. Bisogna passare attraverso le crisi per crescere, crisi personali, crisi organizzative. Finché va tutto bene, la spinta a rompere è debole. Il capitalismo produce costantemente la crisi come leva di controllo: noi dobbiamo imparare a usare la crisi come leva di liberazione.
La solitudine dell'anticipazione
Sul medio raggio spesso non c'è comunità di riconoscimento: né in alto né in basso. Chi elabora non riconosce la tua posizione come abbastanza teorica; chi agisce non riconosce la tua posizione come abbastanza pratica.
La solitudine non è un destino, ma una condizione tipica delle fasi in cui si semina e non si raccoglie. Non esistono fasi storiche belle o brutte. Sono spazi dentro e contro cui collocarsi progettualmente. Il militante non aspetta il momento buono per cominciare: comincia, e lavora affinché il momento sia il più favorevole possibile.
Conclusione
La conricerca non è uno strumento tra gli altri: è lo stile della militanza. Abbiamo visto come nasce, da una rottura con la separatezza tra chi conosce e chi lotta. Abbiamo visto come funziona: stare dentro e contro, senza fuori, lavorando a tiepido su tendenze che stanno emergendo. Abbiamo visto cosa richiede a chi la pratica: la figura del militante intermedista, che non è l'attivista, che non appiattisce il basso né si rifugia nell'alto, che combina la rigidità strategica con la flessibilità tattica.
La conricerca non consegna verità, costruisce ipotesi. Non parte dall'esterno, parte dall'interno del rapporto che vuole trasformare. Non aspetta la contraddizione oggettiva: anticipa la tendenza.
Il nostro compito è applicare questo sguardo alle nuove forme di rifiuto, del lavoro, della guerra, della propria condizione. Leggere i comportamenti, fare ipotesi, lavorare nel rapporto tra tendenza e deviazione. Costruire nuova controsoggettività a partire da quello che c'è già, prima che esploda e sia troppo tardi per piegarlo.
Il prossimo incontro raccoglierà quello che questa formazione ha costruito e lo misurerà contro il presente: le tracce nei cicli di lotta degli ultimi vent'anni, le composizioni emergenti, le ipotesi per un orizzonte di ricomposizione.
Contesto e Origini
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Genealogia e lessico
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