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Genealogia e lessico

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Middleware

Genealogia e lessico

13 mar 2026

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Contro-formazione

14 minuti di lettura

Questo testo raccoglie i contenuti del secondo di quattro incontri di contro-formazione dedicati all’operaismo politico italiano (un ciclo strutturato in quattro parti: contesto e origini, genealogia e lessico, conricerca e stile della militanza, e infine tracce e ipotesi).

Nel primo incontro abbiamo ricostruito il contesto: l’Italia del miracolo economico, la crisi del movimento operaio tradizionale e l’emergere di una figura nuova, l’operaio-massa. Abbiamo visto chi fossero gli operaisti, da dove provenissero e cosa li tenesse insieme: non la pietà filantropica per gli oppressi, ma la lucida ricerca di chi lotta. Abbiamo compreso come un manipolo di militanti abbia potuto esercitare un impatto sproporzionato rispetto ai propri numeri: perché hanno anticipato. Lavorando d’anticipo, gli operaisti hanno scommesso su una composizione di classe che nessuno ancora vedeva, smettendo di inseguire le lotte per iniziare ad anticiparle.

Tuttavia, per anticipare servono strumenti che ci permettano di osservare i processi, tradurre i comportamenti, stare dentro le ambiguità.

Questo secondo incontro tenta di rimettere al lavoro quella cassetta degli attrezzi. Non si tratta di definizioni da memorizzare, ma di arnesi da maneggiare: strumenti che ci permettano di orientarci.

Capitale e lavoro

Il capitalismo non è un sistema neutro, né un meccanismo oggettivo governato da leggi naturali. Non è una struttura con leggi proprie, esterna al conflitto sociale. Il capitalismo è un rapporto sociale mediato dal conflitto: il rapporto tra capitale e lavoro.

Parlare di “rapporto” chiarisce immediatamente come capitale e lavoro non esistano “prima” di incontrarsi, ma si producano reciprocamente all’interno della loro relazione. Non siamo di fronte a una struttura immobile, ma a un processo che esiste solo nel suo continuo riprodursi. Proprio perché attraversato dal conflitto, questo rapporto non possiede alcuna traiettoria predeterminata: le presunte leggi oggettive del capitalismo non sono leggi naturali, ma il risultato contingente di un rapporto di forza. Non c’è necessità del superamento del capitalismo. C’è solo possibilità.

La valorizzazione

Il capitale, potremmo semplificare, vive attraverso un ciclo: anticipa denaro, acquista forza-lavoro, organizza la produzione, estrae profitto e reinveste. Il capitale non è dunque semplice ricchezza a sé stante, ma ricchezza che tende all’accumulo. Questo movimento espansivo prende il nome di valorizzazione.

Se tale processo si interrompe, il capitale cessa materialmente di essere capitale. La valorizzazione non è dunque una “scelta” strategica né una necessità storica astratta: è la condizione di esistenza del capitale stesso.

Il capitale dipende dal lavoro

La valorizzazione è la condizione dell’esistenza del capitale. Il valore, tuttavia, nasce dall’attività umana organizzata. Le macchine non producono valore da sole: producono valore perché sono attivate da lavoro vivo. Senza questa attivazione non c’è valorizzazione.

Se il capitale dipende strutturalmente dal lavoro vivo, allora non può essere pensato come soggetto autonomo dello sviluppo. La sua dinamica è sempre intrecciata ai comportamenti del lavoro. Ed è esattamente qui che risiede una delle intuizioni fondamentali che percorrerà tutto ciò che seguirà: la dipendenza del capitale è strutturale. Il capitale non può fare a meno della classe.

Marx contro il marxismo e Lenin contro il leninismo

L’esperienza operaista non è una semplice rilettura di Marx e Lenin: ne fa un uso partigiano, li impugna come armi per rispondere a problemi nuovi. Non interessa cosa abbiano “veramente” detto, la filologia è una trappola. Leggere Marx e Lenin in modo teologico è depotenziante: trasforma la teoria rivoluzionaria in giustificazione dell’esistente. L’operaismo è un ritorno al principio, e il principio è la lotta di classe operaia.

Non c’è classe senza lotta di classe

Il marxismo della tradizione ha trasformato Marx in una scienza oggettiva della storia: una filosofia dello sviluppo, una teoria che garantisce il superamento del capitalismo. L’operaismo rompe con questa lettura. Non c’è nessuna legge della storia, ma un rapporto antagonista al cui interno si aprono delle possibilità di rottura. Non si tratta di contemplare l’oggettività del mondo, ma di intervenire dentro un rapporto di forza. Ecco perché occorre ripartire dal Marx del “non c’è classe senza lotta di classe”. Marx non è l’ideologia del movimento operaio, è la sua teoria rivoluzionaria.

Non c’è lotta di classe senza organizzazione di classe

Allo stesso modo, Lenin non è un catechismo organizzativo. L’ortodossia aveva fatto di Lenin un terzomondista: gli rimproverava di non aver aspettato che il capitalismo compisse i suoi stadi di sviluppo in Russia. Ma Lenin non ha mai sostenuto che in Russia non ci fosse ancora il capitalismo, anzi, nei suoi scritti ha sempre descritto il suo sviluppo, ne analizzava le forme specifiche, e a partire da quella lettura ha collocato l’opzione rivoluzionaria dentro e contro quel tempo di sviluppo.

Questa è la lezione di Lenin: non aspettare la maturazione oggettiva delle condizioni, ma intervenire dentro la tendenza. Ecco perché occorre ripartire dal Lenin del “non c’è lotta di classe senza organizzazione di classe”. Si tratta di riportare la teoria alla pratica, perché non c’è teoria rivoluzionaria senza pratica rivoluzionaria.

Prima le lotte, poi il capitale

Secondo la prospettiva sviluppista, il motore della storia è lo sviluppo del capitale, in risposta al quale emergerebbero le lotte operaie. L’operaismo capovolge questa visione: se il capitale sopravvive solo valorizzandosi, e tale valorizzazione avviene attraverso il lavoro vivo, il capitale è costretto a reagire ai comportamenti operai, dovendosi costantemente riorganizzare in risposta ad essi. Lo sviluppo capitalistico è subordinato alle lotte, viene dopo di esse.

Lenin in Inghilterra

Sviluppismo e terzomondismo condividono il medesimo errore teleologico: leggono lo sviluppo come un percorso a stadi. Il primo attende il punto più avanzato e quindi più maturo per la rivoluzione; il secondo cerca il punto più arretrato e quindi più debole del capitale. Entrambi aspettano, ponendosi in posizione di dipendenza dal capitale, sia per inseguirne lo sviluppo sia per cercare il punto in cui è più fragile.

La prospettiva operaista rompe questa dipendenza. Se il capitale si sviluppa in reazione alle lotte, allora il capitalismo più avanzato è il risultato delle lotte più intense. Dove il capitale è più sviluppato, la classe è strutturalmente più forte: è lì che il rapporto di dipendenza del capitale dal lavoro vivo è più stringente, che la sua vulnerabilità è più esposta, che la capacità operaia di bloccare il processo produttivo è massima. Il capitalismo non cadrà dove è più debole, ma dove la classe operaia è più forte. Occorre portare la rottura rivoluzionaria dentro i punti alti dello sviluppo capitalistico. Occorre portare Lenin in Inghilterra.

La parzialità

Il capitalismo è un rapporto antagonista: non esiste uno sguardo che si collochi al di fuori di esso. Questo vale per l’interesse politico-economico, ma vale anche per la conoscenza: non esiste una scienza neutrale, non esiste una cultura che stia al di sopra del conflitto. Qualsiasi punto di vista che si proponga come interesse generale, come rappresentazione del tutto, è già un punto di vista di parte, è l’interesse dominante travestito da universale. Quando si sente parlare di interesse generale, si ha sempre di fronte l’interesse capitalistico. L’universalismo non è una posizione neutrale: è uno dei meccanismi con cui il dominio si legittima.

La parzialità non è un limite da superare, non è un difetto da correggere cercando uno sguardo più ampio. È un metodo: assumere il punto di vista operaio per comprendere il tutto. Solo dalla parte si vede il rapporto per quello che è, un rapporto di forza, non un sistema neutro.

Ma quale parte? Il soggetto parziale dell’operaismo non è chi subisce, ma chi lotta. Non è la vittima che chiede riconoscimento, non è chi reclama l’inclusione nel tutto. Chi chiede di essere incluso accetta le regole del sistema che lo esclude, resta dentro la logica dell’universalismo che vorrebbe criticare. Non è una parte che aspetta di diventare il tutto, è una parte autonoma da costruire contro il tutto capitalistico.

La composizione di classe

La composizione di classe è lo strumento per comprendere il rapporto di forza tra le classi dentro la produzione: come il capitale organizza la forza-lavoro, e come quest’ultima può diventare soggetto politico. Il termine è di Romano Alquati, elaborato nelle sue inchieste degli anni Sessanta alla Fiat e all’Olivetti. Non si tratta di una fotografia sociologica, non è dire “chi sono i lavoratori oggi”.

Il termine nasce da una necessità pratica: gli operaisti che si affacciavano ai cancelli delle fabbriche si scontravano con una realtà eterogenea, frammentata, irriducibile alla categoria astratta di “classe operaia” che la tradizione marxista aveva ereditato. Non c’era nessun soggetto unitario da organizzare, c’era una complessità da comprendere, diversa da zona, da settore, spesso diversa all’interno dello stesso reparto. La composizione di classe è lo strumento con cui questa complessità diventa leggibile. È data dal rapporto tra due termini: composizione tecnica e composizione politica.

La composizione tecnica

Per composizione tecnica si intende l’articolazione capitalistica della forza-lavoro: il suo rapporto con le macchine, la divisione del lavoro, le gerarchie, le forme contrattuali, la concentrazione o dispersione dei lavoratori nello spazio produttivo. È la forma concreta del comando sulla cooperazione, il punto in cui la valorizzazione del capitale prende forma materiale. Ma la composizione tecnica non è una struttura fissa: è continuamente messa in movimento dai comportamenti operai. Ogni ristrutturazione capitalistica è una risposta a qualcosa che la forza-lavoro ha fatto o smesso di fare.

La composizione politica

Per composizione politica si intende il formarsi della classe in quanto soggetto politico: i suoi comportamenti, le sue forme di lotta, il modo in cui si esprime politicamente. Attenzione: non significa il soggetto già antagonista, già rivoluzionario. La composizione politica include anche comportamenti di integrazione, di rassegnazione, di consenso al comando. È sempre una tensione permanente tra autonomia e sussunzione.

Il rapporto antagonistico attraversa entrambe le dimensioni. Non è che la composizione tecnica appartiene al capitale e quella politica agli operai: entrambe sono percorse dall’ambivalenza e dalla soggettività. Il conflitto non sta “tra” le due composizioni, sta dentro ciascuna di esse.

La centralità è qualitativa

Né la composizione tecnica né quella politica determinano da sé la centralità della lotta. Non è la collocazione di classe a determinare la lotta, ma al contrario è la lotta a determinare la collocazione di classe. Prendiamo la figura dell’operaio-massa: non è mai stato maggioritario, né in fabbrica né nella composizione complessiva della forza-lavoro. La sua centralità non era data dal ruolo nei processi di accumulazione. Era data dai comportamenti di rifiuto e dal potenziale antagonismo portati in punti nevralgici della produzione. La centralità è qualitativa, non quantitativa: non conta quanti sono, ma cosa fanno, dove sono collocati, qual è la loro capacità di bloccare la valorizzazione capitalistica.

La ricomposizione

La ricomposizione non è la sommatoria dei pezzi così come sono, non è il restauro di una composizione precedente. È qualcosa che spacca la composizione esistente e trasforma i soggetti. Produce qualcosa di nuovo.

Quando una composizione politica diventa forte, capace di incidere sulla valorizzazione, di rallentarla o bloccarla, il capitale è costretto a reagire. La reazione non è necessariamente repressione: è riorganizzazione. Nuove tecnologie, frammentazione dei reparti, esternalizzazioni, individualizzazione dei contratti, mobilità. L’obiettivo è scomporre la classe, disarticolare quella specifica composizione politica che ha prodotto conflitto.

La soggettività

Per soggettività intendiamo i comportamenti, le credenze, i desideri, i saperi in cui un soggetto si riconosce. È il punto in cui la composizione tecnica può o non può trasformarsi in composizione politica. Per questo è sempre un campo di battaglia, sempre la posta in palio di un rapporto di forza.

Soggettivazione e controsoggettivazione

Il capitale non si limita a organizzare il lavoro: nel farlo, forma i soggetti di cui ha bisogno. La soggettivazione capitalistica non è separabile dalla composizione tecnica, ne è parte integrante. Il modo in cui il lavoro è diviso, gerarchizzato, distribuito nello spazio produttivo produce anche i desideri, le aspettative, le ambizioni di posizionamento nella scala gerarchica.

È questo il motivo per cui la rottura non è mai definitiva e i rapporti di forza sono reversibili. Una soggettività antagonista che si è costruita può essere scomposta da una ristrutturazione capitalistica che riorganizza le condizioni materiali su cui quella soggettività si era formata. Non c’è conquista stabile se non c’è la capacità di mantenerla dentro un rapporto di forza che si trasforma.

Questo lavoro richiede tempi propri. La controsoggettività ha bisogno di una temporalità di accumulo e di formazione che non coincide con la temporalità del capitale. Il capitale impone immediatezza, brucia e dimentica. La controsoggettività richiede una temporalità autonoma.

Romano Alquati sostiene che esista un “residuo irrisolto”: per quanto potente sia il capitale, non è in grado di sottomettere totalmente la soggettività umana alla propria logica. Le capacità cognitive, relazionali, affettive messe al lavoro contengono sempre un eccesso che non si lascia completamente catturare. La controsoggettività lavora su questo residuo.

Ma poiché la soggettività è anche, strutturalmente, produttrice di valore per il capitale, la stessa soggettività che può diventare antagonista riproduce il rapporto che vuole rovesciare. La frattura non è mai automatica. Per diventare antagonista, la forza lavoro deve negarsi come forza lavoro, rifiutare la parte di sé che riproduce il comando.

Soggettività come ricomposizione, non come somma

Negli ultimi decenni, in particolare nelle forme di movimento emerse dalla crisi del ciclo novecentesco, il termine soggettività ha assunto un’accezione prevalentemente celebrativa: espressione di sé, visibilità di chi era stato reso invisibile, legittimazione di desideri e bisogni che il discorso politico tradizionale aveva escluso o subordinato. Questo spostamento ha risposto a silenzi reali. L’operaismo della prima ora aveva ignorato nodi importanti sul lavoro di riproduzione, sul corpo, sulla cura, sulle forme di dominio non riducibili al rapporto salariale diretto.

È necessario, però, tenere in considerazione che quando soggettività assume il significato di espressione individuale, quando le lotte vengono pensate come somma di soggettività singolari, si produce un cortocircuito. Non perché le soggettività singolari non contino, ma perché la somma non è ricomposizione. Addizionare corpi, storie, bisogni produce un aggregato, ma non produce necessariamente un soggetto antagonista.

Questo vale come criterio politico. Il primo obiettivo di ogni ristrutturazione capitalistica è scomporre la composizione politica esistente: frammentare, individualizzare, disperdere. Il capitale lavora costantemente perché la soggettività resti soggettività, cioè disponibile alla valorizzazione e incapace di diventare forza collettiva. Ogni politica che tratta la soggettività come un dato già acquisito, come punto di partenza invece che come terreno di scontro, rischia di restare su un terreno che la ristrutturazione ha già preparato. Non perché le differenze siano false, ma perché la loro affermazione non produce automaticamente antagonismo. Senza un salto politico, può anche riprodurre scomposizione.

Il rifiuto del lavoro

Il rifiuto del lavoro non è assenteismo né disorganizzazione. È sottrarsi al rapporto capitalistico: una frattura nella soggettività in quanto rifiuto dell’identificazione con il ruolo produttivo.

Gli operaisti non hanno teorizzato il rifiuto del lavoro a tavolino: lo hanno osservato attraverso i comportamenti operai. Dentro i reparti esistevano forme di sabotaggio non politicamente esplicite, non organizzate, non mature: tutte quelle piccole imperfezioni nel ritmo della catena, quei rallentamenti, quelle frizioni col cronometro, che singolarmente non significano niente ma moltiplicate determinano attrito reale nella valorizzazione capitalistica. Il salto teorico operaista è stato riconoscere quella sommatoria di imperfezioni come una struttura politica implicita, come la forma embrionale di un rifiuto. Il rifiuto è già una pratica in atto, non un’ideologia da costruire: va letto, tradotto e organizzato.

Il salario come terreno di conflitto

Se il rifiuto del lavoro è il rifiuto dell’identificazione con il proprio ruolo produttivo, allora il salario diventa il terreno su cui questa frattura può prendere forma politica. È il terreno in cui si misura concretamente quanto la forza lavoro riesce a sottrarre alla logica della valorizzazione.

Il salario non è sempre una variabile politica. Lo diventa quando le lotte lo trasformano in bottino di guerra. Il fondamento teorico di questa trasformazione è trattare il salario come variabile indipendente: sganciarlo dalla produttività, dall’intensità dello sfruttamento, dalla prestazione. L’obiettivo non è redistribuire meglio ciò che il capitale ha già misurato: è rifiutare la misura stessa.

Non esiste il giusto salario: qualsiasi logica del “giusto salario” lascia tacitamente intatta quella misura, accetta che il reddito debba corrispondere alla prestazione.

Due formule operaiste sintetizzano l’alternativa. La prima: “aumenti uguali per tutti”. L’accento non va su “aumenti”, va su “uguali”. È la pratica di un terreno di eguaglianza contro le gerarchie del padrone, che usa la differenziazione salariale per dividere la forza lavoro. La seconda: “più soldi, meno lavoro”, soldi sganciati dalla produttività, sganciare le nostre vite dal lavoro. Non redistribuzione equa o giusto salario: rottura del principio che lega il reddito alla prestazione. Il salario diventa terreno di rivendicazione di autonomia dal capitale.

La tendenza

Il conflitto che mette in discussione non la quota ma la misura stessa che lega lavoro e reddito cambia la natura dello scontro. Non è più contrattazione dentro la valorizzazione: è un tentativo di incidere sulla forma del rapporto.

La contestazione della misura non avviene ovunque con la stessa intensità. I momenti in cui il salario si sgancia dalla produttività, in cui la forza lavoro riesce a imporre una propria misura, si concentrano in punti specifici della produzione, in snodi precisi della cooperazione, in momenti determinati del ciclo. La domanda operativa è: come si individuano, prima che esplodano, quei punti in cui il conflitto può diventare forza? Qui entra la tendenza.

Non è previsione né freccia della storia: i processi possono essere interrotti, rovesciati, deviati. La tendenza fonda quello che possiamo chiamare un materialismo della possibilità, contrapposto al materialismo della necessità della tradizione marxista determinista e oggettivista. Non ne viene necessità del superamento del capitalismo, ma possibilità della rottura.

Leggere la tendenza significa orientarsi nel presente: capire dove la cooperazione si concentra, dove la dipendenza del capitale è più stringente, dove il comando si irrigidisce fino al punto di cedere. Non è un esercizio di previsione, è individuazione di terreno potenziale. La politica non può essere attesa del destino: proprio perché nulla è necessario, serve intervento.

L’anticipazione è questo intervento: non aspettare che il conflitto esploda, posizionarsi prima.

Autonomia

Leggere una possibilità non basta. Se la possibilità resta solo individuata, non produce trasformazione. Serve che quella possibilità venga organizzata.

Qui si apre il tema dell’autonomia.

L’autonomia non è uno spazio esterno al capitale. È una forma di potere dentro il rapporto. Non è fuga individuale né ricerca di purezza. È costruzione collettiva di forza.

Possiamo distinguere tre livelli. Autonomia come comportamento di classe: il rifiuto di identificarsi con il proprio ruolo di forza-lavoro, la negazione della propria funzione dentro la valorizzazione. Autonomia come organizzazione: il tentativo di dare continuità e stabilità a questa negazione, non mediare il conflitto per renderlo compatibile, ma intensificarlo senza renderlo prevedibile. Autonomia come misura propria: nel capitalismo la misura è il valore; tempo, attività, cooperazione sono valutati in funzione della valorizzazione. Autonomia significa mettere in discussione quella misura. Il capitale lega il reddito alla produttività, la vita alla prestazione, il tempo alla valorizzazione. L’autonomia attacca questa equazione. Il salario diventa terreno di potere quando viene rivendicato indipendentemente dalla produttività: non redistribuzione equa, non giusto salario, ma rottura del principio che il reddito debba dipendere dall’intensità dello sfruttamento.

E qui ritorna il rovesciamento iniziale: se il capitale vive solo valorizzandosi, e la valorizzazione dipende dal lavoro vivo, allora solo la classe può essere autonoma. Il capitale non può esserlo. È strutturalmente dipendente.

L’autonomia è il tentativo di dare forma stabile alla possibilità individuata dalla tendenza: non come fuga individuale o evento spontaneo, ma come organizzazione collettiva dentro il rapporto. Come affermazione di una misura propria contro la misura del valore.

Conclusioni

Abbiamo costruito un lessico. Non un dizionario, ma una cassetta degli attrezzi: ogni categoria è uno strumento per leggere un rapporto di forza, non una definizione da imparare.

Gli strumenti costruiti oggi aprono però una tensione che non si risolve sul piano teorico. Se la composizione di classe è un metodo di lettura del rapporto di forza, la domanda operativa è: come si legge, concretamente? Dove si concentra oggi la cooperazione? Dove si accumula un’eccedenza che può diventare conflitto?

Queste domande non hanno risposta a tavolino. La composizione si legge solo dall’interno del rapporto, il che significa che la conoscenza non è separabile dall’organizzazione. È qui che nasce la conricerca: non una tecnica di ricerca né una variante militante della sociologia, ma il momento in cui ricercatori e lavoratori cambiano entrambi nel processo di indagine. Non c’è chi porta la coscienza e chi la riceve.

Ma questo apre un’ultima questione, che sarà il punto di arrivo del terzo incontro. C’è una figura che deve rendere possibile tutto questo: il militante. Chi è? Come si forma? Come si colloca dentro e contro il rapporto che vuole trasformare?

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