Middleware | “Osservare il mio quartiere dall’alto”, Intervista a Safi e Martina
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“Osservare il mio quartiere dall’alto”, Intervista a Safi e Martina
Incontriamo Safi e Martina durante una caldissima domenica pomeriggio al Lòdola, lo spazio che si trova all’interno del parco XXII aprile e dove entrambi lavorano. Rispettivamente 24 e 26 anni, Safi e Martina hanno partecipato ai diversi momenti di mobilitazione che si sono venuti a creare nei mesi di maggio e giugno, prendendo parte sia alle assemblee che si sono tenute al campo da basket proprio accanto al Lodòla, sia al corteo che ha attraversato viale Gramsci.
Safi, nato e cresciuto in Marocco, arriva a Modena all’età di 14 anni e sin da subito il suo arrivo in città corrisponde con il suo arrivo in quartiere. Martina, invece, nata e cresciuta a Vignola, arriva in quartiere prima in quanto lavoratrice e poi in quanto abitante. La loro intervista apre prospettive differenti, ma a tratti convergenti, su temi come la sicurezza, l’esclusione sociale ed economica, il senso di comunità, l’esigenza di rivalsa e l’urgenza di una contronarrazione. Entrambi vivono il quartiere in doppia veste, attraversandolo sia in qualità di abitanti che in qualità di lavoratori. Grazie alla loro attività al Lodòla, infatti, hanno costruito legami con chi vive il parco e le loro parole sono inevitabilmente frutto anche di questa esperienza. Ciò che colpisce delle parole di Safi è una grande lucidità nell’affrontare le ambivalenze: pienamente consapevole delle problematiche esistenti in quartiere, non le rinnega. Ma le assume, rivendicandole, portando al centro la propria vita e i propri errori, facendoli strumento per la sua grande passione, la musica, che viene vissuta come un’arma di riscatto per sé e per i ragazzini del quartiere. Martina, allo stesso modo, non rifiuta la complessità ma la pone al centro di una necessità che si pone l’obiettivo di smontare narrazioni semplicistiche e superficiali, ribadendo quanto provvedimenti come la zona rossa o la militarizzazione del parco, rischino di diventare strumenti di stigmatizzazione di una intera comunità che vive il quartiere ogni giorno. Sullo sfondo della nostra conversazione, un’immagine potentissima: un quartiere visto dai tetti dei palazzi, un ponte che traccia un confine, e delle domande che rimangono aperte.
Buona lettura.
S:Allora ti chiedo di dirmi quanti anni hai e che lavoro fai o cosa fai nella vita.
S: Ok, allora io ho 24 anni. Nella vita ho il progetto di diventare cantante. Quindi sto seguendo questo mio sogno, che è cantare, da otto anni e dietro questo sogno ci ho sacrificato tanti anni, perché ci ho dovuto dedicare tantissimo tempo.
Poi ho notato che la cosa che differenzia qualcuno che ha fatto successo e qualcuno che non ce l’ha fatta è proprio il sacrificio. Perché devi sacrificare, devi essere disposto a sacrificare qualcosa. Io ho sacrificato un sacco di relazioni che non sono riuscito a reggere, ho sacrificato amici, ho sacrificato lavori e situazioni che oggigiorno probabilmente mi avrebbero portato ad avere un collettivo, magari, o altre situazioni.
Oggi sono qua, dopo otto anni, ancora a credere nel mio sogno. E questo ormai è diventato il mio lavoro, il mio scopo di vita.
M: Io ho 26 anni e lavoro in un bar nel parco 22 Aprile, a Modena. Nel bar Lodola, e faccio la cameriera.
S:Come descriveresti il tuo rapporto con il quartiere o comunque con questa zona della città?
S: Avevo 14 anni quando sono arrivato e questo era sicuramente un quartiere molto diverso. Era un posto dove i bambini giocavano, c’erano tantissimi animali sia nei piccoli laghetti sia vicino alla struttura del parco 22 Aprile.
Crescendo, ho visto come la zona ha iniziato ad avere un aspetto malfamato e questo ha avuto un’influenza nella mia vita, perché vedere situazioni di spaccio, vedere tossici che si drogano giorno e notte, ha influenzato quella che è stata la mia crescita.
Una delle situazioni più forti che ho vissuto in quartiere è stata quando sono stato aggredito all’interno del parco, di notte, mentre cercavano di derubarmi. Da quell’episodio deriva la cicatrice che ho sull’occhio sinistro e questa cicatrice per me è molto significativa, perché in quell’esatto istante mi sono chiesto chi mi avrebbe potuto proteggere. Cioè, dov’era la sicurezza? Dov’erano quelle persone che in quel momento avrebbero dovuto aiutarmi?
Le procedure sono troppo lente. Io in quel momento avevo bisogno che, chiamando un numero, qualcuno si materializzasse lì. Cosa che non è successa. E da quell’episodio ho perso la fiducia nelle forze dell’ordine e in quella che era la sicurezza dentro il mio quartiere.
Questo mi ha portato, crescendo, a diventare più aggressivo e a difendermi da solo: ho cominciato a uscire con coltelli, a sapere come muovermi, mi sono addirittura allenato a correre nella campestre solo per imparare a muovermi più velocemente nel quartiere.
Ho passato un periodo in cui mi ubriacavo per diventare come loro, entravo in questo parco e incominciavo a prendermela con chi lo sporcava. Quindi me la prendevo con gli spacciatori e facevo risse con i tossici. In un certo senso, in quel momento mi sentivo quasi un eroe. Mi dicevo: “Io sono la sicurezza di questo quartiere, io rappresento una sicurezza picchiando e massacrando quella che è la parte sporca”.
Fino a quando non mi sono reso conto che alla fine ero diventato esattamente come loro, quello che io stesso odiavo e quello di cui avevo paura.
Tutto questo percorso ha creato un rapporto molto forte tra me e il mio quartiere. Io scappavo sempre da questo posto e l’ho sempre odiato, fino a quando invece ho imparato ad amarlo, ho imparato a vedere tutte le bellissime cose che sono in questo posto. Io sono sempre tornato qui e questa per me sarà sempre la mia casa.
E adesso, se io faccio il cantante, è perché il mio obiettivo nella vita è rappresentare questo quartiere e creare opportunità migliori. Questo posto per me deve diventare un giorno una Milano, una Dubai. Io voglio che tutte le persone del mondo vengano qui a cercare la felicità e i loro sogni.
M: Io ho iniziato a frequentare questo quartiere verso la fine del 2024, perché svolgevo servizio civile in una cooperativa attiva da 30 anni qua a Modena.
Il primo ricordo che mi ha un po’ impressionata è stato quando avevo parcheggiato la macchina al di là del parco e, per venire a lavorare, dovevo attraversare tutto il parco. Ero arrivata nel pomeriggio, quindi era tutto tranquillo, ma quando l’evento è finito, circa dopo le 23, tutte le dipendenti e i clienti del Lodola mi hanno sconsigliato di tornare da sola e attraversare il parco per tornare alla macchina. Hanno voluto accompagnarmi.
Contemporaneamente al servizio civile ho iniziato a lavorare. Praticamente tutto il 2025 me lo sono fatta in questo quartiere come lavoratrice. Da gennaio 2026 mi sono anche trasferita in un appartamento che si trova in questo quartiere.
A me piace moltissimo vivere qua. Mi sono sentita in pericolo alcune volte? Sì, per lo più per la presenza di uomini che con fare sospetto mi hanno approcciata. Però comunque mi sento abbastanza tranquilla in quartiere. Sia perché ci lavoro, e quindi mi sono costruita una rete, sia perché, avendo un cane, mi capita spesso di passeggiare in quartiere in diversi momenti della giornata.
Per me questo quartiere è bellissimo. Abito in una zona residenziale e sono anche molto fortunata, perché è una zona molto tranquilla. Penso di avere un bel rapporto con questa parte della città.
Naturalmente, sia attraverso il mio lavoro sia come abitante del quartiere, ho assistito a diverse situazioni di disagio. Spesso al bar entrava qualcuno che si era appena fatto una dose o non so cosa, quindi arrivava in stato alterato ed ero da sola con la cuoca, perché siamo a corto di personale. Motivo per cui toccava a me, che ero al bancone, gestire situazioni come questa. Però mi sentivo anche padrona della situazione e, se avessi percepito del pericolo, avrei sicuramente chiamato chi di dovere.
Io mi trovo molto bene al momento. Amo viale Gramsci, che è pieno di negozietti e cose che sostituiscono egregiamente tutti i supermercati che esistono qui a Modena. Mi piace vedere il parco vivo, mi piace vedere così tanti bimbi in giro. A me piace tantissimo questa dimensione, che so che la si può trovare anche in altri parchi di Modena. Però in particolare viale Gramsci, il parco e la parte dietro al parco, che sono le zone che frequento di più di questo quartiere, a me piacciono molto.
S:Torniamo un attimo indietro. Quando dicevi che tu ti sei trasferito qui quando avevi 14 anni, se non ho capito male, parlavi dei cambiamenti che hai visto da quando sei arrivato fino ad oggi. Riusciamo un po’ ad andare in profondità? Che tipo di cambiamenti hai visto nel parco, in quartiere o in relazione agli abitanti?
S: Parto con il dire che ho la sensazione che il mio cervello stia, nell’ultimo anno, evolvendo in una maniera velocissima, perché incomincia a comprendere tantissime cose che prima sembrava quasi che non vedessi.
Una cosa che ho imparato è che il cervello umano è molto più influenzabile di quello che pensiamo. Cioè, tu potrai essere disciplinato quanto vuoi, ma se ti metto in una stanza con delle persone negative, è impossibile che tu riesca a non essere influenzato da quella situazione, perché sei un organismo vivente.
Io ogni sera vedevo cose succedere sul ponte e sono arrivato al punto di vedere Modena in questa esatta maniera qua: il ponte per me è un confine. Un confine tra quella che è la vera Modena, quella che io vivevo con i miei amici, e quella che era casa mia, il mio quartiere. Sembrava quasi una cosa a parte.
Quando ho iniziato a lavorare in Pizza Channel, che era una pizzeria conosciutissima in tutto il quartiere, e consegnavo in tutta la zona, l’ho fatto perché volevo conoscere un po’ meglio il quartiere. Così ho iniziato ad attraversare anche la zona industriale: ho visto cosa c’era nel palazzo sopra l’Aldi, ho visto situazioni che erano come dei film. Persone che dormivano senza una porta d’ingresso, perché era stata sfasciata. Avevo un mio amico che viveva anche lui in questo palazzo e mi aveva detto che questa situazione succedeva quando non venivano pagati i debiti.
E quando non venivano pagati i debiti, ti sfondavano la porta per farti capire che non hai più neanche il diritto alla tua privacy, dal momento in cui non hai pagato il tuo debito. Ed era una realtà che all’inizio non mi faceva paura, mi affascinava. Diventa quasi una forma di potere che ti attira pian piano. Cominci a dire: “Cazzo, è figo essere un gangster, è figo essere il cattivo”.
Sono sempre stato cresciuto sin da bambino col vedere gli eroi, i buoni, mentre il cattivo non veniva mai compreso. E anche questa forma di comunicazione attraverso i cartoni forse è sbagliata, perché non mostrano mai empatia verso il cattivo. Cosa che io invece avevo e che poi purtroppo si è manifestata in modo differente, facendomi quasi ammirare il cattivo e dire: “Cazzo no, il cattivo è bravo, il cattivo spacca, è interessante”. E dato che non ho avuto un fratello più grande, non ho mai avuto nessuno che mi potesse dire che quella è la strada brutta.
Un’altra cosa: ad esempio, io peso 64 kg, e anche la mia fisicità ha rappresentato nel mio percorso una grandissima insicurezza, dato che la maggior parte degli spacciatori e dei tossici erano sempre più grossi di me. Questo mi ha portato, per sentirmi al sicuro, a voler avere un coltello sempre con me.
Questa insicurezza, però, non faceva altro che autoalimentarsi: la mia mente si metteva a ipotizzare scenari dove io affrontavo gli altri, ma perdevo la maggior parte delle volte e questo non lo accettavo. Mi sentivo debole, sentivo di non essere in grado di essere un gangster, capito? Lì ho sviluppato una mentalità più cattiva e, per entrare in questa mentalità, ho cominciato a cambiare.
La prima cosa che ho cambiato è stata la compagnia. Giravo con gente che faceva quella vita, gente che non aveva i padri, non aveva la madre, gente che ha fatto il carcere. Ero quasi un angelo che stava cercando qualcosa in mezzo ai demoni. Mi affascinava così tanto, a tal punto che mi ha cambiato. Ad esempio, nelle reazioni ho cominciato a essere più infastidito. Fino a quando questa cosa non ti mangia completamente.
Spesso non tutti sono in grado di svegliarsi, forse perché non hanno le persone giuste intorno e forse perché spesso si trovano in situazioni dove nessuno viene a chiedere a loro veramente come stiano, nessuno veramente si preoccupa di loro.
Questo l’ho capito dopo che mi sono risvegliato dalla mia follia, perché per me è stato quello: è quel momento dove tu ti perdi dietro un sentimento così forte che ti cambia in negativo.
La cosa che ho imparato da quando sono uscito da questa follia è che la merda di queste persone qui non potremmo mai cambiarla. Sono già state mangiate dalla follia, l’hanno accettata, quindi questa gente qui non potrà mai essere cambiata.
Il bambino invece non vede lo spacciatore, non vede il posto malfamato. La sua visione può essere distaccata da quella che era la realtà e si può insegnare loro a stare lontani da questa roba qui. Il quartiere cambierà perché prima o poi quegli esseri umani invecchieranno e moriranno e dovranno fare posto a un’altra generazione. E di quella generazione io mi sento responsabile, nel crescerla e nell’insegnarle che in questo quartiere la vita malfamata è sbagliata.
Il modo migliore per cambiarla è creare delle situazioni, degli eventi in cui i bambini non possano cadere nella monotonia, perché è lì spesso che la mente inizia a cercare altro.
Il messaggio che penso sia da far passare quindi è: mettendo in risalto solo la parte cattiva, si dà modo a un bambino o a qualcun altro di seguire quella strada, come è successo a me. Vanno messe in risalto le cose buone, le persone buone. Ed è così che un bambino dice: “Ah, questo è un esempio, io voglio essere come lui”.
S:Resto un attimo su di te, perché ti voglio fare un’altra domanda rispetto a quando hai detto che il ponte tu lo vedevi come confine. Ma tu lo vedevi come un confine in termini di differenze rispetto a quello che c’era in quartiere? O lo vedevi come un’esclusione? Cioè, da un lato c’era la città e il ponte escludeva da tutto il resto questo quartiere? Come lo percepivi?
S: Ti dico una cosa: io cerco sempre di intrufolarmi in qualche palazzo per arrivare sui tetti, perché mi piace osservare il mio quartiere dall’alto. Così facendo ho notato che la ferrovia divide la zona Crocetta/Sacca dal resto di Modena.
Ho notato, ad esempio, che nel tempo sono stati costruiti palazzi talmente tanto alti che sembrava quasi fatto per coprire qualcosa che era dalla nostra parte. Notavo che lì costruivano case bellissime, ristrutturavano tutto quanto. Sembrava quasi che quelle case e quei palazzi dovessero avere una bella facciata per nascondere quello che lo Stato, il Comune, ha lasciato indietro.
Poi ho notato anche un’altra cosa: sembrava quasi che la sicurezza si concentrasse nelle zone che loro volevano mantenere sicure e non ci fosse la volontà di concentrarsi in alcuni punti della città, per fare in modo che tutte le persone inconsciamente si potessero radunare e lavorare nei posti riconosciuti come insicuri.
S:L’altra domanda che ti volevo fare è che tu a un certo punto vieni incuriosito da questa follia di cui parli, però poi riesci a fermarti e a capire che quella roba lì non era una strada che ti avrebbe portato a qualcosa di positivo. Secondo te eri incuriosito da quella roba lì perché non c’era altro intorno o vedevi delle alternative? Anche in termini di aggregazione, di come passare le giornate, della monotonia di cui parli. Provando a mettermi nei panni di un bambino che cresce in questo quartiere: da un lato vede il gangster, lo spacciatore, e dall’altro lato oggi cosa vede? Che alternative ha? Cos’altro può vedere che può incuriosire quel bambino?
S: Beh, sicuramente la questione che va più a incuriosire i ragazzini sono i soldi. Anche ripensando alla mia esperienza personale, i soldi hanno inciso molto. Incominciavo a voler andare più spesso in discoteca, avere la mia indipendenza.
Da ragazzo ho provato davvero tantissimi lavori diversi, ma non c’era niente, non c’erano possibilità che mi potessero permettere di fare denaro. E questa cosa mi dava fastidio, perché mi rendevo conto che avevo un sacco di idee, di progetti, ma non avevo i soldi per portarli avanti.
Quando sei minorenne, purtroppo, non ci sono occasioni, non ci sono possibilità, o almeno io non ne ho trovate se non in nero, se non in modo illegale. Infatti mi è anche successo che ho lavorato e non mi hanno pagato.
Io penso che i ragazzini si rendono conto delle cose che hanno gli altri coetanei e si chiedono: “Perché io non ce l’ho? Perché io non posso averlo?”. E secondo me parte tutto quanto da lì.
Se non ci sono posti in cui le persone possono coltivare un sogno, e se non hanno modo di sperimentare adesso che sono piccoli, pieni di energia, pieni di sogni, ho paura che possano ricadere di nuovo in questa monotonia.
Nel mio piccolo sto cercando di fare questo. A Bastiglia sto cercando di radunare tantissimi altri rapper della mia età per poter riuscire a finalizzare quello che è il mio progetto: diventare famosi, firmare un contratto discografico, avere dei soldi.
Con questi soldi vorrei creare condizioni migliori per questo quartiere, in primis per i più giovani, perché abbiano qualcosa da fare, qualcosa che gli permetta di lavorare sui sogni.
Però non va bene che questa cosa debba arrivare io a finanziarla: non deve arrivare un ragazzo del quartiere che ha vissuto brutte situazioni e ne è uscito per miracolo, perché su 90 persone solo uno ne esce. Gli altri 89 sono in strada, sono in carcere, si sono rovinati la vita e adesso vengono trattati come organismi falliti, come progetti falliti dal sistema. E non è giusto. Queste cose io non le tollero.
S:Andiamo al secondo spezzone di domande e parto da Martina chiedendoti: se ti dico sicurezza, tu a cosa pensi? Cos’è per te la sicurezza?
M: Penso alla libertà. E la libertà implica il poter fare, il poter uscire, il poter chiedere delle cose. Quindi la riconduco in parte alla libertà. Poi sicuramente al senso di protezione.
Ultimamente la parola sicurezza mi fa un po’ sbuffare perché, vivendo in questo quartiere, è diventata un tema di cui si fa un uso spropositato. Perché quando sento parlare di sicurezza viene sempre utilizzata per discorsi razzisti, che stanno facendo sempre più presa in questo quartiere.
Soprattutto la parola sicurezza, in questo periodo, ha a che fare con il non poter fare. Questa paura è anche una paura di genere. Non abbiamo paura soltanto noi donne a uscire la sera perché il parco pullula di spacciatori. È una paura che accomuna un po’ tutte le persone italiane.
E ho assistito a degli episodi che io definirei razzisti in viale Gramsci, che testimoniano questa cosa. Per esempio persone che si improvvisano dei vigilantes, che si mettono a filmare, a fotografare, per poi pubblicare su Facebook e denunciare gli episodi che vedono.
A me dispiace che queste persone abbiano paura a uscire anche di giorno, perché anch’io vivo questo quartiere di giorno e non ho la stessa percezione. Quindi mi chiedo perché loro ce l’hanno e io no. Secondo me questo è molto legato alla retorica che stanno usando alcuni politici e alcuni media.
Per esempio mi è capitato, ascoltando il giornale radio di Radio Bruno, di sentire l’ennesimo servizio sui disagi di Modena. Venivano sempre intervistati italiani che si lamentavano riguardo ad alcune questioni sicuramente al limite, però mi sembra che non si dia spazio a dei progetti che vengono fatti e di cui, ad esempio, io faccio parte.
Poi non nego i problemi che questo quartiere ha, perché non è sicuramente il quartiere più sicuro di Modena. Però io, come mi sento qui nel quartiere Crocetta, mi ci sento anche in viale Reiter, dove mi hanno anche rubato la bici.
S: Io sinceramente la sicurezza non so più che cosa sia. Dopo la tragedia che è successa non mi sento più al sicuro e mi sento molto traumatizzato. Ho paura? Sì. Ho paura di essere bombardato da un’altra nazione. Ogni volta che vedo un aereo o un elicottero ho paura che casa mia venga colpita da un missile da un momento all’altro.
S:Rimanendo sul tema sicurezza e provando ad agganciarmi a quello che diceva Martina. I media e i giornali raccontano questa parte della città in un determinato modo. Alcuni abitanti del quartiere sono in uno stato quasi paranoide e tutto deriva anche un po’ dalla narrazione che viene fatta di questa zona di Modena. Da qui, la decisione di innalzare i livelli di controllo: i militari piuttosto che la polizia. E la decisione poi di far diventare questo quartiere zona rossa. Per voi che vivete qui, percepire la presenza dei militari e della polizia, sapere che questa è una zona rossa, vi ha fatto sentire più sicuri? O pensate che anche le persone possano sentirsi più sicure? O, diversamente, credete che quello non sia lo strumento per risolvere questo senso di insicurezza?
S: Io sono dell’idea che sì, sicuramente è stata un’iniziativa che, grazie al cielo, dopo anni è arrivata e ha sicuramente garantito la sicurezza. Nel parco non sto vedendo più tossici.
Ma io che giro tanto Modena, e giro tantissimo il quartiere, vedo in realtà che i tossici si sono concentrati in altre zone, in quello che io chiamo il confine.
Quindi la mia domanda è: ma è diventata zona rossa perché volete veramente garantire la sicurezza a quelli che ci vivono già da anni? Oppure è diventata zona rossa perché volete ripopolare il quartiere con nuove persone, creando nuovi palazzi, aumentando gli affitti a quelli che già ci abitano per mandarli via e ripopolare la zona?
Cioè, diventa quasi questa la domanda: l’Esselunga, il palazzo dell’università sono delle bellissime iniziative, però c’è qualcosa che non mi torna. Mi chiedo: perché proprio adesso? Non è adesso che il quartiere ha raggiunto la sua massima criminalità. Allora forse la zona rossa diventa una strategia di marketing, una strategia di business.
M: Io credo che arrivi prima il nome: se tu identifichi una zona come zona rossa, arriva prima il fatto che è zona rossa.
Ad esempio, io ho fatto parte di un laboratorio di autocoscienza autogestito e mi ricordo, quando abbiamo fatto la presentazione di questo percorso, che era emerso che questo percorso veniva fatto in un quartiere zona rossa. Per delle persone residenti a Modena, che magari si muovevano in bici ed era un laboratorio prettamente al femminile, non è stato comprensibile farlo qui.
Come risposta al fatto che tu mi identifichi come zona rossa, io ti organizzo più laboratori, allora. Per farti vedere quali cose si possono fare, perché sembra quasi che essendo zona rossa si blocca tutto.
Io penso che questo non aiuti per niente i residenti, perché si identificano. È una diagnosi che tu fai al quartiere, quindi ha un significato. Identificare un’area grande sotto un’unica parola è un limite per i residenti e diventa un limite per i cittadini della città. Semplicemente, dopo, quella zona lì si evita.
Sono d’accordo con Safi. Qui i militari non possono neanche agire, perché non hanno neanche il potere di agire. Quindi che senso ha mettere un presidio militare? Io non mi sento più sicura la sera. Semplicemente mi sembra una mossa per poi prendere delle decisioni, fare degli investimenti. Quindi è tutto, secondo me, una mossa di marketing. Anche secondo me.
S:Quindi, se ho capito bene, già il termine zona rossa rimanda comunque a qualcosa che genera allarme.
M: Sì, io se fossi un turista che viene a visitare la città non andrei mai in un quartiere che è zona rossa. Quindi diventa un limite.
S:Quindi questo accentuare l’allarme corre il rischio di generare un’ulteriore ghettizzazione di questa zona di Modena rispetto al resto del contesto? Si ha anche un deterrente, una scusa, una motivazione per poi fare il passaggio successivo: visto che quella zona è messa così, visto che è zona rossa, ci assumiamo la responsabilità di riqualificare questa zona, mettendo in atto poi altre misure anche in termini di investimenti economici?
M: Sì, c’è anche un gioco tra le parti. La politica ha la responsabilità di agire, però ci sono tante realtà che operano nel territorio con gente assunta con partita Iva. Perché non dai i fondi a loro? Ad esempio il Lodola rischia di chiudere, le mura del locale sono del Comune. Perché allora il Comune non finanzia questo posto?
Si potrebbe creare una sinergia tra diverse realtà ed evitare di spendere non so quanti milioni per reggere uno studentato del cazzo, che sicuramente sarà un posto che molti studenti non potranno permettersi.
S:Arriviamo all’ultimo spezzone di domande, che riguarda tutti i momenti di mobilitazione che si sono sviluppati nelle ultime settimane. Cosa vi ha spinto a partecipare a quei momenti?
S: Io ho partecipato sia all’assemblea che al corteo, mosso sicuramente dalla curiosità. Un po’ mi sono vergognato di stare in mezzo a quella situazione, perché era la mia prima volta.
All’assemblea ho partecipato perché c’era un ragazzo, Gabri, con cui faccio la messa alla prova. Per fortuna che c’era lui, che mi ha parlato del fascismo e dell’antifascismo, e ho sentito l’esigenza di informarmi.
Da lì ho pensato: cazzo, io devo lottare per i miei diritti e devo supportare soprattutto persone che lottano per i loro diritti.
Ho ascoltato le diverse iniziative da parte di tutti e mi è piaciuta proprio la situazione e il rispetto dell’organizzazione. Io una roba del genere ho detto: minchia, con i miei amici, con la gente che conosco, non riuscirei mai a organizzare un’assemblea così, dove si parla uno alla volta, siamo in così tanti.
Quindi sicuramente è stata una cosa che mi ha colpito. E mi ha colpito così tanto perché ho detto: cazzo, sono tutti nel mio quartiere, io in questo campo qua è come casa mia, ci ho dormito delle sere, ci ho fatto le peggio cose, quando non andavo a scuola mi piazzavo lì a giocare. Quindi è stato un momento per me molto forte, molto personale.
Mi piace l’idea di supportare il collettivo, mi piace supportare le persone, perché spesso nessuno l’ha mai fatto con me. Io mi sono sempre sentito invisibile in questo quartiere, quasi come se nessuno mi vedesse, non vedesse mai i miei sogni.
Quindi ho partecipato a questa iniziativa a tal punto che ho deciso di essere in prima fila e tenere lo striscione, perché per me era un segno. All’inizio un po’ mi vergognavo. Poi ho detto: vaffanculo, anche se mi vergogno io lo tengo. Cioè, io mi sono rotto il cazzo di pensare a quello che le persone dovrebbero pensare di me. Vaffanculo, io devo essere libero di essere chi cazzo voglio. E quindi ho detto: se io voglio fare sta cosa, faccio sta cosa.
È stata sicuramente una situazione molto forte e mi è piaciuta tantissimo.
Io sono stato a Marsiglia e questa realtà l’ho vista. Sono andato nei quartieri a nord a fare un videoclip e, essendo comunque arabo, ho comunicato con loro. Ho assistito a una scena impressionante: sono arrivato all’entrata di questo quartiere con delle persone con il passamontagna, con un menù, con una lastra di legno gigantesca con su scritto tutte quante le droghe. Due camionette della polizia con i mitragliatori non avevano minimamente il coraggio di entrare in quel quartiere e una fila di persone entrava e comprava droga di fronte a loro come se niente fosse.
Il ragazzo mi ha spiegato: tu non devi aver paura della polizia qua, tu devi stare attento alla nostra gente del quartiere, capito? Perché qui le leggi le dettano loro. Quando hanno un meccanismo fortissimo di dominanza del quartiere, praticamente quando entra un poliziotto ad arrestare uno, il poliziotto può arrestarlo, ma deve riuscire a portarlo fuori da quel quartiere.
M: Io ho partecipato con Safi a un paio di assemblee. In realtà tutto lo staff del Lodola ha partecipato alle assemblee, a spezzoni, perché comunque lavoravamo. Ho partecipato anche a una parte del corteo. Mi sono sentita in dovere di farlo, perché è assurdo lavorare in questo posto e non battersi per queste cose. È proprio un controsenso.
Condivido le idee portate in assemblea, sento molto questo senso di responsabilità anche perché poi, lavorando qua, ho instaurato diversi rapporti con degli abitanti, anche molto giovani, anche minorenni del quartiere. Non sopporterei che vivessero certe situazioni. E quindi, insomma, voglio che la mia partecipazione sia forte e chiara.
S:L’ultima domanda di questo spezzone è in relazione alla scelta di fare le assemblee al campo basket, la scelta di far partire il corteo dal parco, attraversare viale Gramsci e poi chiudere quel corteo qui. Secondo voi che valore ha avuto e come è stato percepito dal quartiere?
S: Allora, io non so sinceramente come possa essere stato percepito dal quartiere. Io penso che un corteo del genere io l’ho visto più individuale, quindi più verso i partecipanti.
Io non conoscevo nessuno di voi e non avevo mai partecipato a una roba del genere. Cazzo, è stato veramente fighissimo per me e a me piacciono queste cose. È stato proprio concretizzare qualcosa. Sono sempre abituato a sentire la persona lamentarsi, destra e sinistra, dire: ah, questo non va bene, questo non va bene. Che cazzo, fratello, prova a fare qualcosa.
Questo è stato concretizzare qualcosa, è stato dare voce al quartiere. Sicuramente un corteo non basta, magari dovremmo ancora aggiustare alcune modalità. Potremmo metterci un outfit tutti con una foto di, perdonami, non Salvini, Mussolini con la testa in giù. Capito? Questa è una cosa molto forte a livello di immaginazione.
M: Per me è stato molto bello perché lavoro al Lodola ed è una figata per me. Per me ha un significato ancora più romantico perché lavoro qua e non ho mai visto tutto questo movimento.
Credo che ci sia un lungo lavoro da fare se si vuole continuare a lavorare su questo quartiere. Credo che non si arriverà mai alla fine di questo lavoro. Non so se il quartiere l’ha capito, perché purtroppo, come è stata dipinta dai media, è stata fatta passare come un corteo antifa e basta, quindi privo di significato se non quello della parola antifa e del movimento antifa. Basta leggere i commenti sotto alle varie testate che hanno pubblicato il corteo.
E quindi niente, intanto abbiamo iniziato. Ora il tema è proseguire.
Tra l’altro, mentre ero in corteo ho visto una ragazza che vedo spesso, perché frequenta il doposcuola, e l’ho invitata a fare un pezzo del corteo, perché lei stava andando in biblioteca a studiare. Lei quasi si sentiva un po’ in imbarazzo, perché non sapeva se poteva. Dopo l’incidente che c’è stato il 16 maggio, sua madre le ha vietato di andare in giro dopo il ponte. Paradossalmente non può attraversare il ponte.
Però le è piaciuto molto, perché non aveva mai sentito parlare di persone che volevano attivarsi per questa cosa. Credo che sia un bel messaggio da lanciare, soprattutto quando si sta nel quartiere. Quando diventi una figura un minimo conosciuta è importante esserci. Penso che per me, che lavoro qui, sia stato molto importante che si sia iniziato e finito qua.
S:Noi abbiamo finito con le domande. Vi chiediamo se avete qualcosa da aggiungere.
M: No, io quello che spero è che per me il primo passo per contrastare questa politica della paura e dell’insicurezza sia quello di uscire e accorgersi che non c’è niente di cui aver paura.
No, non è vero, potenzialmente il pericolo c’è. Però si sta andando veramente oltre, secondo me. Questa retorica sta prendendo degli spazi e dei tempi che non le spettano, che non ci dovrebbero essere.
Per me il primo passo per contrastare questa cosa è veramente uscire e ripopolare. Vedere che in realtà c’è giro alla sera. Esco di sera e questo qua mi ha seguito alle 11 di sera, cioè non mi ha seguito alle due del pomeriggio. Esco la sera e mi accorgo che io mi sento okay, che mi sento sicura.
Comunque questo qui è un quartiere pieno di case, pieno di abitanti. Anche al parco ti sentono, capito? Non vedo perché c’è questo atteggiamento di chiusura, non dico mentale, proprio di chiusura fisica, dove tu non esci più, dove non puoi più andare in certi posti. Non puoi più, insomma. Ti senti di non potere. Ecco, in realtà noi possiamo e dobbiamo, secondo me.
S: Io invece, per concludere questo discorso, dico che sinceramente non so che fine potrebbe mai fare questo quartiere, non so cosa potrebbe succedere in futuro. Sicuramente questa per me è letteralmente una guerra a livello di rappresentazione, me contro lo Stato, in un certo senso.
Io sicuramente, se mi dovessero fermare o qualcosa del genere, cosa che mi succede tutti i giorni, li spezzo da subito, perché giustamente mi rapporto con le forze dell’ordine con un rispetto quasi accademico. Cosa che spesso permette loro di chiudere direttamente subito le loro indagini o i loro controlli del cazzo.
Ho tanta energia dentro, spero di non perderla, spero di non perdere la visione. Spero che lo Stato non mi spezzi. Sicuramente insegnerò alla gente del quartiere, ai ragazzini, cercherò di formare loro un’ideologia come la mia, capito? Fare in modo che loro non possano cadere nella stessa criminalità che lo Stato utilizza per distruggersi. E cambieremo le cose. Troverò un modo.
Perché spesso e volentieri questo odio anche verso lo straniero, capito, io cerco sempre di distorcerlo nelle persone. Sai, io sono marocchino, nato e cresciuto in Marocco, e spesso mi piace stare in mezzo alle persone razziste e fingermi un italiano. Mi piace che loro si trovino bene con me e fare in modo che poi, alla fine del discorso, io dica loro che comunque sono nato e cresciuto in Marocco e mi sento 60% marocchino e 40% italiano. Mi piace lasciare in loro questa cosa, questo timbro qui, capito? Per far capire che sei proprio un ignorante, sei uno stupido.