Middleware | “Non devi aver paura di vivere il tuo posto”, Intervista a Sara
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“Non devi aver paura di vivere il tuo posto”, Intervista a Sara
Incontriamo Sara durante una giornata di aggregazione al parco XXII Aprile. Intorno a noi, una cinquantina di giovani partecipano a un evento che prova a costruire una presenza diversa nel quartiere: stare insieme, attraversare lo spazio, renderlo abitabile, sperimentare forme di cura e autogestione dal basso.
Sara ha 23 anni, lavora al GrandEmilia e conosce il quartiere da tempo. Non lo guarda da fuori: ci è cresciuta dentro una rete di legami familiari e amicizie, oggi vive in viale Gramsci e lo attraversa nella quotidianità. Non parla da una posizione militante già strutturata. Racconta piuttosto un percorso ancora aperto, in formazione: dall’interesse politico nato anche nello studio accademico alla partecipazione più diretta, prima dentro il ciclo di “Blocchiamo tutto”, poi nelle iniziative nate dopo le mobilitazioni antifasciste delle ultime settimane.
Ciò che colpisce dell’intervista è che Sara, nei suoi ragionamenti, torna spesso al parco per dare forma ai temi che attraversa. Non solo perché il parco è uno dei luoghi centrali del quartiere, ma perché lì riesce a misurare concretamente ciò che racconta: la distanza tra la narrazione esterna e la vita quotidiana, il rapporto tra controllo e sicurezza, il bisogno di spazi comuni, la fragile possibilità di una presenza collettiva.
Ne emerge uno sguardo situato, di parte, che non idealizza il quartiere e non lo riduce alla sua rappresentazione pubblica. Il parco diventa così un punto da cui leggere alcune contraddizioni della zona: paura e socialità, abbandono e cura, stigma e appartenenza, presenza e radicamento.
Buona lettura.
D:Vuoi presentarti?
S: Io sono Sara, ho 23 anni e Gramsci, questa zona in cui siamo oggi, mi è sempre stata abbastanza familiare. Sia per mia nonna, sia per le mie frequentazioni e amicizie, sono cresciuta qui.
Sono una persona che si è avvicinata alla politica con lo studio. Poi, per vari motivi, ho lasciato l’aspetto accademico e attualmente mi sono trovata a partecipare a qualcosa di più attivo, non solo teorico-universitario. Perché di esperienza dentro un gruppo politico ne ho poca o niente.
D:Posso chiederti che lavoro fai?
S: Sì. Attualmente faccio la venditrice di sigarette elettroniche al GrandEmilia.
Come descriveresti il tuo rapporto con questa zona della città?
S: Il mio rapporto con questa zona è meno conflittuale che con molte altre. Mia mamma comprò casa in Ciro Menotti, quindi sono cresciuta anche tra la zona musicisti e viale Gramsci. Tra il centro, la zona musicisti e viale Gramsci, mi sento molto più tranquilla qui, sotto tutti gli aspetti.
Anche rispetto al giudizio altrui, perché mi rendo conto che le persone che ti circondano se ne fregano abbastanza di quello che fai, a meno che tu non vada a intaccare la comunità.
Un’altra cosa che mi piace di questa zona, rispetto ad altre, è che, per quanto abbiano provato a spegnerlo, c’è un grande senso di comunità. In più situazioni i cittadini di viale Gramsci non hanno permesso che il loro viale venisse toccato da parti politiche o da contesti diversi. Ad esempio, quando si facevano le ronde contro gli stranieri, i cittadini di Gramsci si misero con delle sedie davanti ad aspettare questi eventi, per difenderli.
Hanno cercato di spegnerlo, però è un quartiere molto vivo e molto presente. Anche a livello di sicurezza, sotto l’aspetto femminile, io qua mi sono sentita molto più tutelata che verso la zona del centro, per molti motivi. In primis perché qua nessuno ha mai cercato di approcciarmi in nessun modo.
D:Com’è vivere in questo quartiere?
S: Sotto alcuni aspetti vivere nel quartiere è piacevole. Nella mia routine c’è lo svegliarmi, venire al parco, portare il cane. Il cane ha spazio per giocare, perché ci sono un sacco di zone verdi. Anche un pomeriggio: vieni qua al parco, ti fai una passeggiata, ti metti col telo.
Allo stesso tempo, la cosa difficile è rompere il pregiudizio su questo posto. Anche quando parlo con le mie amiche, le mie colleghe o altre persone esterne, mi rendo conto che c’è un forte pregiudizio su viale Gramsci. Quasi come se, vivendo lì, tu fossi etichettato in una certa maniera.
In realtà no, perché al di là di tutto in viale Gramsci ci sono diversi ceti sociali, ed è una cosa che la gente non capisce. Le persone non capiscono che qua il posto è tranquillo. Andare contro i pregiudizi è molto difficile, perché poi c’è un’inclusione assurda anche per quanto riguarda le cose meno legali che si incontrano con la vita quotidiana dei cittadini.
Non ero lì con loro, però ci sono i vecchietti che giocano a bocce con determinati soggetti che una persona normale direbbe: “Ah guarda, quello è uno spacciatore di merda, dobbiamo solo starci attenti”. Loro invece hanno un equilibrio, giocano insieme a bocce, si portano rispetto e nessuno rompe le scatole a nessuno. Né tantomeno, passando da lì, ti senti in pericolo. Assolutamente.
D:Ci sono dei luoghi che per te sono più significativi?
S: La zona del parco vicino al Lodola e soprattutto anche dove portiamo Riot, il cane. È uno spiazzo verde un po’ abbandonato a se stesso, perché né il Comune né il proprietario vogliono prendersene cura.
C’è un modo per entrare, perché è proprio aperto, e quindi noi lì lasciamo Riot. Ti direi che questi due posti sono quelli a cui sono più legata, per come li ho vissuti.
D:Hai notato dei cambiamenti in questo quartiere negli ultimi anni?
S: Anni fa era molto brutto come quartiere. Quando ero piccolina era brutto, nel senso che era un posto dove mia mamma, che lavora al 118 in emergenza, quando ricevevano una chiamata per un servizio in queste zone, arrivava prima la polizia dei soccorritori. Anche mia mamma lo diceva sempre: “Io non ero al sicuro in quelle situazioni”.
Allo stesso tempo, negli ultimi quattro anni hanno spinto veramente tanto sul quartiere. Probabilmente chi ci vive, o forse anche il Comune, non lo so. Però è molto più vissuto. Anche solo il fatto che di pomeriggio ci siano le famiglie con i ragazzini, che la sera puoi andare in giro nel parco senza incappare in discussioni inutili rispetto ad anni fa, mostra che c’è stata una grande rivalutazione.
Siamo ancora lontani dal poter dire che il quartiere è stato rivalutato, ovviamente. Però sicuramente il fatto che delle famiglie si siano avvicinate qui ha aiutato molto. Perché per me è anche quello che riduce l’abbandono di un quartiere: l’essere vissuto. Ed essendoci scuole e tutto, chi lo vive? Le famiglie.
Hanno fatto un grande passo avanti. Anche gli edifici sono molto più curati. Mi rendo conto che c’è più cura della strada, più cura degli edifici, mentre anni fa era un po’ il ghetto di Modena. Una zona di cui non si parlava, perché era considerata una zona di merda.
D:Secondo te che cosa manca di più in questo quartiere?
S: Comprensione del quartiere stesso. È bello fare gli eventi di quartiere, però è come se ci fosse sempre una volontà di lucrare su questi eventi. E non è il quartiere adatto. Non vai neanche incontro alle esigenze del quartiere.
Mancano punti in cui le persone possano dire: “Io mi aggrego, sono tranquillo e nessuno mi viene a rompere le scatole”. Manca una conoscenza del quartiere da parte del quartiere stesso: capire in che modo va preso, capire in che modo porsi verso il quartiere.
F:Hai parlato degli eventi, hai mai partecipato?
S: A parte questo, sì. Anche l’estate scorsa avevano fatto altri eventi, non so se sempre le stesse persone o altre. Erano eventi in stile mercatino.
Però io mi rendo conto che in una zona come questa non ti puoi permettere di mettere un cappellino a 40 euro. Né tantomeno puoi pensare di dire: “Metto il banchetto della birra, metto il palchetto e sono a posto”.
Va bene, metti il banchetto della birra e già fai aggregazione, però devi pensare a tutta la popolazione di questo quartiere. Devi pensare all’intrattenimento, allo svago mentale di cui hanno bisogno. Perché già non hanno delle vite semplici, e si vede anche banalmente dai negozianti. È una zona che, non venendo valorizzata, fa risentire molto anche i negozianti.
Quello che cercano è uno svago, non l’ennesima persona che viene qui per lucrare o per mettersi in mostra, per dire: “Ah, ho fatto l’evento per questo e quello, mi faccio pubblicità”. No. Hanno bisogno di capire che c’è qualcuno.
Perché è come se questa zona di Modena — e poi non è solo Gramsci, è tutta questa zona della Sacca, della Crocetta — fosse sempre stata messa a tacere, lasciata nel dimenticatoio. Come se non fosse mai esistita. Ed è a questo che bisogna andare incontro.
D:Hai parlato della necessità di comprensione di questo quartiere. Secondo te come viene raccontato?
S: Dalle persone esterne con cui mi sono confrontata, al di fuori del nostro gruppo di amicizie, questo quartiere è visto come pericolosissimo.
Una mia collega mi ha detto: “Ma come, io non vengo da te perché sei in Gramsci”. E io le ho detto: “Ma dove pensi che io sia?”. Non è che io viva chissà dove.
Hanno paura. Hanno paura del fatto che, secondo la concezione comune, qui sia un covo di spacciatori e che appena entri nel parco ti accoltellano. Questa è proprio la sensazione che passa alle persone, almeno mi sembra.
E non è assolutamente così. Però anche parlando con fasce generazionali diverse, sia più giovani della mia sia più grandi, il giudizio è sempre quello. Lavorando con ragazzi che hanno vent’anni hanno il loro punto di vista, lavorando anche con persone che ne hanno quaranta ne hanno un altro ancora. Però riguardo questa zona, o queste zone, il parere è sempre che sia una zonaccia da evitare.
E un po’ mi fa male, perché sono tante occasioni sprecate. Sono tanti momenti sprecati e sono tante persone messe nel dimenticatoio. Ed è bruttissimo, credo.
D:Secondo te che cos’è che contribuisce a questa narrazione?
S: Faccio una premessa: di sicuro la denigrazione che viene fatta verso questa zona non colpisce tanto me in quanto ragazzina bionda con gli occhi azzurri, italiana. Colpisce soprattutto chi il quartiere lo vive davvero, quindi magari persone non italiane.
Secondo me contribuisce molto il razzismo. C’è una concezione per cui lo straniero porta danni. Ed è vero che questa zona, per un periodo, è stata vista così: si è visto che le forze dell’ordine hanno concentrato qui, e in zona stazione, le cose illegali, quelle più problematiche.
Però nel momento in cui il quartiere ha reagito abbastanza bene, si è svegliato, allora dategli un’altra possibilità. E invece non gli viene data. Perché? Perché è abitato in maggior parte da stranieri. E quindi, dentro quest’ottica, la gente dice: “È normale, vengono qui, fanno casino”, e poi tutto il solito discorso che si protrae da anni.
Per quanto purtroppo la società si illuda di andare un po’ contro questo discorso, secondo me è ancora molto insito dentro ogni persona, dentro chi è cresciuto in questa società. Poi c’è chi fa decostruzione e arriva a capirlo, però anche nelle nuove generazioni è una cosa che non è andata via. Se ne parla meno, ma non è che non ci sia più.
E tutte le concezioni derivate da questo quartiere vengono da lì. Perché poi qualsiasi persona esterna a questa zona che viene qua dice: “Ah cavolo, però che bella zona, che belle case”. Certa gente mi ha anche detto: “Ah, ma io ci vivrei qua”.
E allora io penso: non c’è un nesso. Perché se tu ci vivresti, però non ti sforzi neanche di conoscere le persone che ci abitano, di vivere il quartiere, allora c’è qualcosa che non torna. Se appena entri la sensazione che hai è: “Che bel posto”, vuol dire che forse non è tanto un posto di male.
D:Quando parliamo di sicurezza qui, che cosa vuol dire per te?
S: Per me la sicurezza in questa zona vuol dire che... Allora, già il concetto di sicurezza è ampio. Il problema della sicurezza, secondo me, è che tutti noi ci stiamo gradualmente allontanando. E quindi, se te ne freghi dell’altro, automaticamente la sicurezza viene a mancare.
Perché in qualsiasi posto tu vada, se sai che se chiedi aiuto a qualcuno a quella persona importa, ti senti sicuro. Se invece sai che all’altra persona non gliene frega niente, di sicuro non ti senti al sicuro.
Le forze dell’ordine hanno fatto la loro parte in questo. Anche quando c’è stato il periodo in cui giravano nei parchi di Modena e venivano fuori i blitz con i cani antidroga, facendo sembrare che avessero trovato chissà cosa, e poi magari trovavano solo due cannette. Quella cosa non ha fatto altro che rompere la socialità del posto, perché poi la gente aveva paura di uscire.
Anche il fatto che ti piazzi lì al centro non mi fa sentire al sicuro. Perché, banalmente, ti piazzi lì al centro, ok, però poi succede qualcosa un po’ più avanti e non intervieni. È successo che ci fosse una persona in difficoltà un po’ più avanti rispetto alle forze dell’ordine che stavano facendo pattugliamento, e nessuno ha fatto niente.
Quindi, in primis, io non mi posso sentire sicura con le forze dell’ordine, un po’ per giudizio personale, ma poi oggettivamente, in una situazione del genere, io capisco che nessuno è al sicuro.
Poi, se vogliamo parlare del fatto che una persona straniera non si sente tutelata dal sistema che abbiamo attualmente, allora quella persona non si sentirà mai tutelata neanche a passare una giornata in tranquillità con la sua famiglia.
Quindi sicuramente non si parla di dire: “Metto più poliziotti”. Si tratta piuttosto di dire: educo chi ci abita. Perché banalmente anche con il corteo di sabato, anche se sembra di aver fatto poco, noi abbiamo fatto dell’educazione. Un gruppo di bambini è venuto a informarsi su quello che stavamo facendo ed è andato a sgridare un loro amico che se l’era presa con un ragazzino solo perché era del Bangladesh.
Quindi un minimo di informazione, quel giorno, l’abbiamo fatta. A qualcuno è arrivata. E nel quartiere è questo che manca. Perché se dei ragazzini crescono in un contesto in cui devono avere paura di fumarsi le prime sigarette, le prime canne, perché ci sono gli sbirri, perché magari sono stranieri, o devono avere paura anche solo del giudizio, dell’“oddio guarda, sei tossico”; oppure non sanno come gestire determinate situazioni, allora è questo il problema.
Andrebbe fatta un’informazione generale. Poi, ovviamente, è libera scelta chi vuole prendersi l’accollo di ampliare un pochino la conoscenza e chi meno. Però anche solo fare dei punti d’ascolto servirebbe molto di più. Perché se una persona sa di potersi rivolgere a qualcuno, aumenta la sicurezza.
E anche solo prendere le nuove generazioni e spiegargli determinati concetti fa tanto. Loro non fanno altro che mettere in atto quelle cose. Le nuove generazioni, i bambini, sono delle spugne, quindi a maggior ragione.
Però proprio anche la presenza, in un luogo, di persone che ti dicono: “Guarda che non devi aver paura di vivere il tuo posto. Se hai bisogno di aiuto puoi venirlo a chiedere. Anche solo se hai bisogno di un’informazione puoi venirla a chiedere”, fa tanto.
Perché noi collettivi abbiamo fatto più in una settimana di quanto il Comune abbia fatto in anni. Perché? Perché la gente si sentiva tranquilla, perché la gente sa che è un posto sicuro, perché non ha paura del giudizio, non ha paura di prevaricazioni.
D:Come hai vissuto l’inserimento di questa zona nella “zona rossa”?
S: Per me è stato assurdo. Perché non è una zona... non so come esprimere benissimo questa cosa, però anche adesso, guardandomi intorno, ok, l’avete messa come zona rossa, ma non c’è niente di pericoloso. Non ci sono movimenti strani, non ci sono ragazzini che si stanno mettendo gli aghi in vena.
Anzi, ci sono bambini che giocano, famiglie, tanti gruppi di persone che giocano a calcio, giocano a pallavolo, chi beve birra, chi suona.
Quindi mi sa di tutto fuorché di zona rossa. Per me anche l’intera faccenda delle zone rosse e dei punti strategici che hanno usato non ha fatto altro che consolidare l’idea che la società, che la città, aveva già di determinati posti: che sono posti da evitare.
Ed è un po’ l’effetto contrario rispetto a quello che, in teoria, si doveva ottenere.
D:Dopo quella decisione hai notato dei cambiamenti?
S: Sicuramente all’inizio erano aumentati tantissimo i controlli. Anche qua nel parco c’erano macchine dei carabinieri, due a due, che giravano, fermavano la gente, chiedevano i documenti.
E quello che hanno ottenuto è stato far svuotare il posto. Perché dopo una settimana così, dalla mattina alla sera, non c’era nessuno, a parte chi portava i cani in area cani.
Poi hanno smollato un pochino questa faccenda. Dopo una settimana, secondo me due, hanno iniziato a essere meno presenti e meno invadenti nei confronti di chi ci abita. Perché io sto camminando sotto casa mia: non mi puoi fermare per chiedermi i documenti, magari anche più di una volta.
E quindi hanno iniziato a modificare i pattugliamenti. Non ci sono più i carabinieri che chiedono i documenti, ma ci sono i militari che girano costantemente. E la zona ricomincia a popolarsi.
Quindi, secondo me, si consolida solo quel clima del: hanno ottenuto l’effetto contrario a quello che volevano ottenere. Perché banalmente non è che quando hanno messo la zona rossa la delinquenza sia diminuita. Semplicemente si nasconde.
Invece di mettersi nell’angolino e alzarsi ogni tanto, si mettevano direttamente imboscati in fondo. Quindi non hanno fatto niente di utile per il cittadino. In generale non è così che si dovrebbe agire.
D:Hai partecipato alle assemblee, ai cortei o alle iniziative di questo periodo?
S: Di quest’ultimo periodo l’unico avvenimento a cui non ho partecipato è stato proprio il primo, quello capitato di mercoledì. Non ero presente quando i ragazzi erano in piazza contro Forza Nuova.
Dopo ho seguito il più possibile, quindi se non sbaglio sono stata presente a tutto. Per me è stato bello vedere quante persone si sono riunite. Sempre indipendentemente dall’organizzazione, ma proprio quante persone la pensassero in una maniera comune, nel dire: non c’è niente di male, noi vogliamo riappropriarci del nostro posto, vogliamo che le persone si sentano al sicuro e quindi non accettiamo determinate propagande né determinate ideologie all’interno di questo posto.
Per me è stato molto bello. E poi magari la giornata di oggi, è vero, è stata fatta un po’ vicina. Però quello che deve passare è che può essere il punto finale delle giornate riguardo a quei movimenti che si sono creati, ma non la fine di tutti i movimenti aggregativi di Modena.
Questo deve essere il punto finale delle giornate, ma l’inizio dell’aggregazione per Modena. Perché non possiamo permetterci di far morire adesso questa cosa. Tutto quello che stiamo facendo sarebbe sprecato, ed è un peccato, perché siamo tutti felici in questa situazione.
D:Che effetto ti ha fatto vedere una presenza continuativa nel quartiere?
S: Che molte persone probabilmente hanno iniziato a sentirsi private della propria libertà. Che sia libertà d’espressione o libertà di essere comprese.
E anche proprio com’è andato il corteo, la palese presa di posizione che c’è stata da parte delle forze dell’ordine, non ha fatto altro che rafforzare l’idea che ci vogliono un po’ privare della nostra libertà.
Perché sembra assurdo che abbiano creato delle problematiche per una riunione di cento persone al massimo. Stiamo vivendo un parco in cui molti di noi abitano, alcuni no, però siamo tutti amici, ci stiamo incontrando.
Quindi è proprio un non voler stare zitti. Perché ci siamo rotti le scatole di vederci le cose succedere davanti agli occhi. Non so come spiegarlo.
Però ci stanno succedendo anche dopo l’avvenimento. Perché poi è scattato tutto dall’avvenimento che è successo in centro. Anche dopo quella cosa, vedere che avete scaricato la colpa a lui per la sua nazionalità... però, raga, il problema è che manca un supporto proprio ai cittadini.
E questa cosa la sente lui, che non è italiano, come la sento io che sono italiana, come la sente qualsiasi altro di noi. Perché io in primis sono una persona che è stata in terapia e sono la prima a dire che, per come funziona la salute mentale in Italia, sotto certi aspetti non ti aiutano per niente.
Quindi è stato proprio un: ragazzi, ci avete rotto le scatole. Noi ci viviamo qua. Avete rotto le balle di decidere per noi.
D:Secondo te c’è un legame tra queste mobilitazioni e la risposta allo sciacallaggio neofascista?
S: Assolutamente sì. Primo, perché alcune delle organizzazioni, poi non so se tutte, non erano neanche del posto. Quindi per me venire a fare propaganda e a parlare di un posto che tu non vivi... già così non mi convinci come idea.
In più fare propaganda di quel tipo su determinati avvenimenti è da brividi. Perché davvero non stai pensando ad altro che al tuo tornaconto personale, a farti grosso. Perché hai determinati metodi di prevaricazione, quindi tu, in quanto soggetto del gruppo, hai bisogno di sentire approvazione prevaricando.
E sinceramente sì, penso che ci sia una continuità. Perché noi non abbiamo fatto altro che mostrare la nostra presenza a Modena dicendo: noi non accettiamo questa ideologia, noi non accettiamo questo modo di vivere.
Io personalmente avrei paura a sapere che nella mia città c’è una presenza forte di quei movimenti lì. Io non mi sentirei sicura a girare per strada, non mi piacerebbe la situazione che verrebbe a crearsi.
E quindi sì, secondo me tutti noi ci siamo sentiti spinti dal dire: vi facciamo vedere che noi siamo presenti e non vi facciamo mettere radici.
D:Come ha reagito il quartiere a queste iniziative?
S: Dopo il corteo siamo entrati qui e dal campo da bocce c’erano i signori, persone che abitano il quartiere, che ci hanno fatto i complimenti, hanno fatto i cori con noi.
Alla fine del corteo un sacco di persone adulte, anche sui sessanta-settant’anni, magari anche con idee diverse dalle nostre, sono venute a fare domande, a informarsi, a chiedere. Quindi già questo è un grande successo.
Ho visto molte nuove generazioni avvicinarsi a questa cosa. Anche banalmente i ragazzini in bici che passano e dicono: “Siete dei grandi”. Fino ad arrivare a oggi, che c’era una coppia di signori che avranno avuto ottant’anni. Si sono avvicinati, ci hanno chiesto cosa fosse, hanno preso una fetta di anguria lasciando l’offerta libera e poi ci hanno detto che era una bellissima situazione.
Quindi secondo me il quartiere l’ha presa molto bene. Ma perché ne aveva bisogno.
D:C’è qualcosa che vorresti aggiungere?
S: L’unica cosa che vorrei sottolineare nuovamente è che questa cosa deve continuare, perché stiamo facendo del bene.
Vedere anche le persone che passano e sorridono, vedere i signori che si sono avvicinati senza timore o senza il pregiudizio di dire: “Guarda questi ragazzi d’oggi, guarda questi tossici”, fa capire una cosa.
Voglio sottolineare solo questo: l’aggregazione e il vivere gli spazi in cui una persona vive crea sicurezza.