Parlare di sicurezza non è semplice. Non lo è per chi dispone di potere e del denaro per organizzarla, ancora meno per chi prova a interrogarla. Abbiamo scelto la sicurezza come punto di partenza della nostra inchiesta perché è il linguaggio dominante attraverso cui Sacca e Crocetta vengono raccontate e governate. È, infatti, una parola che attraversa il quartiere e che soggetti diversi utilizzano per nominare esperienze, paure, bisogni e conflitti differenti. L’abbiamo interrogata su due piani.
Il primo è quello meno visibile: un lavoro di scavo nelle contraddizioni e di costruzione di conoscenze dirette sul territorio. È passato soprattutto dalle relazioni con persone non organizzate politicamente, che ricorrono al lessico della sicurezza per interpretare la propria esperienza e i cambiamenti del quartiere.
Il secondo è emerso con il ciclo di mobilitazioni aperto dai fatti del 16 maggio 2026, quando Salim El Koudri si è lanciato con la propria auto sulla folla in centro storico. In quelle settimane il Parco XXII Aprile è diventato il centro logistico e organizzativo di una risposta antifascista capace di darsi una prospettiva di breve/medio periodo.
L’inchiesta ha fatto emergere elementi nuovi e lasciato aperte domande sul territorio, sulle soggettività che lo abitano e sulle trasformazioni in corso.
Qui proviamo a restituirne una parte.
Scomporre la sicurezza
Quando si parla di sicurezza, è difficile sottrarsi a una lettura ideologica. Da una parte si invocano ordine, controllo ed espulsione, dall’altra prevalgono negazione, minimizzazione o contenimento.
Anche nel confronto con realtà sociali e politiche, emerge spesso un disorientamento. La sicurezza viene trattata come un blocco unico, da accogliere o respingere nel suo insieme. Attraversarla trasversalmente espone invece al fraintendimento e all’ambiguità.
È un rischio che scegliamo di assumere. Un’inchiesta militante non può eliminare l’ambiguità, perché è la realtà a essere ambigua. Ma deve restarci dentro abbastanza a lungo da non risolverla con categorie già pronte, che spesso hanno prodotto prevalentemente isolamento. Uscire dai circuiti chiusi e misurarsi con il territorio significa anche smettere di cercare nella realtà la conferma delle proprie convinzioni.
Nelle testimonianze orali e nei materiali raccolti compaiono aggressioni, spaccio, isolamento, difficoltà nell’attraversare alcuni luoghi in determinati momenti, conflitti sull’uso degli spazi e sfiducia nelle istituzioni. Compaiono anche profilazione razziale, controllo differenziale e l’impossibilità, per alcuni, di essere riconosciuti come presenze legittime nel proprio quartiere.
Queste dimensioni sono entrambe reali, perché reali sono le esperienze e i soggetti che le attraversano.
Non esiste quindi una domanda di sicurezza omogenea alla quale fornire una risposta altrettanto omogenea . La sicurezza è un campo di conflitto: il punto in cui esperienze differenti vengono nominate, selezionate, gerarchizzate e tradotte in interventi sul territorio.
Separare i processi
I conflitti che attraversano Sacca e Crocetta esistono. Riconoscerli non significa assumere il modo in cui vengono raccontati. Significa partire dal fatto che soggetti diversi abitano lo stesso territorio da posizioni materiali differenti e attribuiscono agli spazi usi e significati che possono entrare in contrasto. Il nostro compito è capire se ci sono e dove si trovano le ipotetiche linee di frattura di questo processo.
La lontana fase di deindustrializzazione che ha caratterizzato questo territorio ha disarticolato il precedente tessuto produttivo e riproduttivo. Con la scomparsa dell’industria diffusa sono cambiati il lavoro, i tempi di vita, le reti di vicinato, i servizi e le forme di aggregazione. Al suo posto non è rimasto un vuoto. Oggi il quartiere è attraversato dalla logistica, dalla grande distribuzione, dal lavoro sociale, da nuovi insediamenti e da interventi immobiliari.
Dentro questa trasformazione convive una composizione di classe stratificata: abitanti storici legati alla precedente composizione operaia, persone migranti, seconde generazioni, lavoratrici e lavoratori del sociale, della logistica e della grande distribuzione, ceto medio declassato. Non abbiamo incontrato tutte queste figure con la stessa profondità, ma nominarle permette di riconoscere quanto la loro convivenza sia centrale nel definire il campo materiale in cui i conflitti prendono forma.
I cambiamenti non vengono vissuti da tutti nello stesso modo né a partire dalle stesse condizioni. Per una parte degli abitanti coincidono con la perdita di stabilità, riconoscimento e capacità di orientarsi nel proprio territorio. Il lavoro, il reddito, i servizi e i riferimenti quotidiani diventano più incerti. La nostra ipotesi è che questo disorientamento, insieme alla ricerca di uno status perduto, venga oggi intercettato e tradotto in una domanda di controllo del territorio.
È nello spazio pubblico che la contesa diventa più visibile. La zona rossa non produce da sola i conflitti, ma li restringe al terreno dell’ordine pubblico. Interviene sui comportamenti e lascia sullo sfondo le condizioni in cui la contesa ha preso forma. Il lavoro, l’abitare, i servizi e le relazioni vengono ricondotti alla necessità di ristabilire un confine tra chi può utilizzare legittimamente uno spazio e chi non può farlo.
Nelle parole degli abitanti di lunga data, la richiesta di controllo convive con il racconto di un quartiere diventato irriconoscibile, nel quale sono cambiati i luoghi dell’incontro, le forme del lavoro e i riferimenti quotidiani. Il passato viene mobilitato per misurare il presente, ma non costituisce una storia condivisa e pacificata. È composto da memorie differenti, talvolta incompatibili.
Il conflitto sull’uso dello spazio, d’altra parte, non riguarda soltanto chi vi sosta o ciò che vi accade. Interroga le condizioni stesse dell’abitare: il costo delle case, la disponibilità di servizi, i percorsi quotidiani. Le nuove costruzioni, la grande distribuzione, la logistica e la trasformazione delle aree dismesse non fanno da semplice sfondo al discorso sulla sicurezza. Modificano le funzioni del territorio e le possibilità concrete di chi lo attraversa.
Tra queste esperienze e le istituzioni opera inoltre una trama di soggetti, lavoratrici e lavoratori del sociale, che mantiene aperti gli spazi, media le richieste e interviene quotidianamente sulle tensioni del territorio.
Sono state queste esperienze situate a spostare progressivamente il nostro sguardo. Parlando di sicurezza, le persone incontrate raccontavano il mutamento dei propri riferimenti, la difficoltà di abitare alcuni spazi, il lavoro necessario a mantenerli accessibili e i modi diseguali in cui il territorio si trasforma.
La sicurezza ha così smesso di apparirci come un tema autosufficiente. È il punto in cui processi differenti vengono compressi dentro un’unica rappresentazione. Proprio per questo può diventare il punto da cui tornare a separarli, collocarli e interrogarne i rapporti.
Il nodo della riqualificazione
Sacca e Crocetta vengono spesso raccontate attraverso il lessico del degrado, dell'abbandono e, di conseguenza, della riqualificazione. Non a caso l'area nord è da oltre vent'anni al centro di programmi urbanistici, investimenti pubblici e interessi privati. L'ex Mercato Bestiame, le ex Fonderie, la fascia ferroviaria e le altre aree dismesse sono state attraversate da accordi, finanziamenti e revisioni successive. Non siamo davanti a un territorio rimasto ai margini dello sviluppo, ma a una trasformazione più volte avviata, interrotta, modificata e rilanciata.
La quantità delle risorse impiegate è rilevante. Tra il Bando Periferie, che ha mosso oltre venticinque milioni di euro attraverso la società pubblica CambiaMo, i trentasei milioni del PINQuA destinati ad alloggi, servizi, mobilità, spazi pubblici, illuminazione e videosorveglianza, e i più di ventitré milioni investiti negli anni sul solo condominio R-Nord, l'area nord ha assorbito in vent'anni oltre ottanta milioni di risorse pubbliche. A questi si aggiungono i circa quaranta milioni di capitale privato dell'operazione ex Fonderie Corni, dove uno studentato da 366 posti letto è oggi di proprietà di un fondo immobiliare partecipato da Cassa Depositi e Prestiti. Una concentrazione di risorse difficilmente compatibile con l'immagine di un territorio abbandonato.
All'interno dei programmi istituzionali, che tengono insieme abitare, mobilità, commercio, welfare, illuminazione, controllo, il rapporto tra riqualificazione e sicurezza viene presentato come ratio e scopo degli interventi messi in campo. Interventi differenti vengono così collocati dentro uno stesso processo di trasformazione. Le politiche di sicurezza partecipano in questo modo alla definizione e al consolidamento degli usi, delle connessioni e delle presenze che possono essere considerate compatibili con le nuove funzioni del territorio.
Resta da capire, però, perché un processo sostenuto da una simile quantità di risorse, con così tanti attori in campo e in un lasso di tempo così lungo, proceda in maniera così irregolare. Nei diversi comparti si sono sovrapposti crisi immobiliari, bonifiche, cantieri interrotti, proprietà frammentate, cambiamenti dei soggetti attuatori e revisioni dei progetti.
Il primo dato che abbiamo messo a fuoco è che, in questo lungo e complesso processo, non c'è una distinzione netta e chiara tra intervento pubblico e iniziativa privata. Le opere pubbliche vengono presentate anche come il traino necessario per riattivare investimenti rimasti fermi. Potrebbe dunque essere sbagliato vedere i servizi, i parchi, le strade, i collegamenti, l'edilizia sociale come elementi che "compensano" la trasformazione. Andrebbero letti, piuttosto, come dispositivi che contribuiscono a costruire i parametri attraverso cui utilizzare e mettere a valore intere porzioni urbane.
La domanda è se, dentro questo lungo processo, agiscano fattori capaci di modificarne tempi e forme. Alcuni riguardano le condizioni materiali delle aree, altri le crisi e i conflitti tra interessi economici, altri ancora i tempi della programmazione pubblica. Non si tratta necessariamente di resistenze: possono essere attriti, vincoli o contraddizioni interne allo stesso processo di trasformazione.
Su un piano diverso agiscono invece forme di opposizione sociale. Esperienze popolari, come i comitati contro specifiche opere e il sindacalismo di base nella logistica, hanno contribuito a deviare o rallentare alcune traiettorie di sviluppo. Resta da capire se forme analoghe emergano anche tra chi vive la crisi dell’abitare, oppure se questa produca soprattutto frammentazione, ricatto e isolamento.
Un processo continuamente annunciato e ancora incompiuto modifica comunque il territorio: produce cantieri e spazi provvisori, sposta funzioni, concentra risorse e prepara nuove possibilità di valorizzazione.
È dentro questa trasformazione che va collocata anche la crisi abitativa. Nel 2024, nella provincia di Modena, sono stati emessi 458 provvedimenti di sfratto, presentate 1.395 richieste di esecuzione e 330 sfratti sono stati effettivamente eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario.
La questione non è scegliere se il quartiere sia in abbandono o in riqualificazione. È capire quale trasformazione stia prendendo forma attraverso questa successione di investimenti, interruzioni e rilanci, quali usi dello spazio riesca a stabilizzare e quali forme dell’abitare renda più fragili.
Il nodo degli ETS
Una parte delle relazioni costruite durante l’inchiesta è passata attraverso lavoratrici e lavoratori del sociale, associazioni, cooperative, punti di ascolto e attività rivolte prevalentemente a giovani e famiglie. Soggetti differenti per struttura, funzioni e rapporto con territorio e istituzioni, accomunati dalla capacità di mantenere aperti spazi e rendere accessibili servizi. Il loro lavoro non costituisce soltanto lo sfondo delle politiche territoriali. Interviene ogni giorno sul territorio, raccoglie richieste, gestisce tensioni.
Un ente, una cooperativa o un’associazione può costruire fiducia e facilitare l’accesso ai servizi. Nello stesso tempo può assorbire tensioni, tradurre i conflitti in problemi amministrabili e sostenere la tenuta quotidiana del territorio senza disporre delle risorse o della forza necessarie per intervenire sulle loro cause. Queste funzioni possono convivere nella stessa organizzazione, nello stesso progetto e perfino nello stesso gesto di cura.
Occorre ricostruire le condizioni in cui agiscono: chi svolge il lavoro, con quali risorse e margini di autonomia, quali obiettivi vengono fissati, da chi dipende la continuità di uno spazio e quali rapporti si costruiscono con abitanti e istituzioni.
Una parte decisiva della continuità degli spazi e delle relazioni sembra poggiare su lavoro poco riconosciuto, responsabilità che eccedono i ruoli formali e risorse discontinue.
Il governo del territorio, dunque, non passa soltanto attraverso ordini, divieti e dispositivi di controllo. Passa anche attraverso chi mantiene aperti gli spazi, costruisce relazioni e traduce contraddizioni che non ha prodotto e che non può risolvere.
Il nodo della memoria
Nelle conversazioni raccolte, il quartiere compare spesso attraverso il confronto tra un prima e un dopo. La soglia che separa questi due tempi, però, non è la stessa per tutti. Per alcuni coincide con la scomparsa delle fabbriche e delle reti costruite attorno al lavoro, per altri con l’aumento dei controlli, con il cambiamento degli usi dello spazio pubblico o con il passaggio da un territorio percepito come estraneo a un luogo nel quale sono diventate possibili relazioni e appartenenze.
Questi racconti non restituiscono, da soli, una storia complessiva del quartiere. Mostrano piuttosto da quali posizioni viene letto e vissuto il suo cambiamento. Il passato industriale non aveva come protagonista una comunità compatta e pacificata: era attraversato da gerarchie, conflitti e separazioni che il ricordo può attenuare. Allo stesso tempo, la sua trasformazione ha modificato il lavoro, i tempi della vita quotidiana, le reti di vicinato e la presenza diffusa negli spazi.
Alla memoria delle fabbriche e dei turni si affiancano quelle dei bar, delle strade, del parco, delle reti familiari e delle liti quotidiane. Lo stesso luogo può essere ricordato come spazio di incontro, vissuto come una minaccia, attraversato per lavoro o riconosciuto progressivamente come casa. La memoria non registra soltanto ciò che è accaduto: cambia insieme alla posizione da cui un soggetto attraversa il territorio.
Per questo non appartiene soltanto agli abitanti storici. Anche chi è arrivato in seguito stabilisce un prima e un dopo, attribuisce significati ai luoghi e costruisce una propria relazione con il quartiere. La durata della presenza conta, ma non assegna da sola il diritto di definire che cosa il territorio sia stato e che cosa debba diventare.
Le memorie mostrano che cosa ciascun soggetto considera una perdita, quali continuità riconosce e quale futuro teme o desidera. Permettono così di comprendere da quali condizioni nasca una richiesta di protezione, riconoscimento o trasformazione. Il racconto di un quartiere prima vivo e poi degradato, per esempio, non rimane confinato nel ricordo: può diventare il linguaggio attraverso cui vengono richiesti controllo e ordine.
Non tutte le memorie, però, hanno la stessa capacità di diventare racconto pubblico. Alcune trovano linguaggi già disponibili, rappresentanza politica e ascolto istituzionale. Altre restano dentro reti familiari, gruppi informali o esperienze che raramente vengono riconosciute come una storia del territorio. Il problema non è soltanto la pluralità dei racconti, ma la loro diseguale possibilità di imporsi come esperienza comune.
È qui che la memoria incontra la composizione. Quest’ultima non consiste nel mettere in fila abitanti storici, persone migranti, seconde generazioni, giovani e anziani. Riguarda le relazioni e le separazioni tra le loro condizioni materiali, i comportamenti, le appartenenze e i conflitti. La vicinanza fisica non produce necessariamente un’esperienza condivisa, anzi, soggetti che abitano gli stessi spazi possono costruire reti e rappresentazioni che procedono parallelamente o entrano in contrasto.
Dai materiali raccolti non emerge quindi una comunità unica da recuperare. Emergono reti familiari, generazionali, lavorative e associative che in alcuni casi si incontrano, in altri restano separate, in altri ancora rivendicano usi incompatibili dello stesso spazio.
La questione non è stabilire quale memoria restituisca la versione autentica del quartiere. È capire quali racconti riescano a diventare pubblici, quali rimangano senza ascolto e quando un’esperienza particolare possa rendere riconoscibile una trasformazione che coinvolge anche altri. Non si tratta di ricostruire una comunità perduta, ma di verificare se differenze e separazioni possano diventare un problema condiviso invece di continuare a presentarsi come rivendicazioni reciprocamente escludenti.
Il ruolo del parco XXII Aprile
Il Parco XXII Aprile non rappresenta Sacca e Crocetta. Non può riassumere un territorio più esteso e differenziato, attraversato da luoghi, composizioni e trasformazioni che conosciamo ancora soltanto in parte.
Nel parco convergono usi quotidiani, politiche pubbliche, lavoro sociale, dispositivi di controllo e rappresentazioni differenti del territorio. Famiglie, bambini, anziani, giovani, lavoratori e gruppi informali condividono lo spazio con pattuglie, telecamere, attività organizzate e interventi pensati per modificarne la frequentazione.
In questa sovrapposizione il parco assume una funzione di condensazione e verifica. Luogo dove abitanti e istituzioni misurano l’efficacia dei propri ragionamenti, delle politiche locali e degli effetti che producono.
Il racconto di uno spazio completamente abbandonato incontra la sua frequentazione quotidiana. L’idea che l’aumento dei controlli possa risolverne i conflitti si confronta con usi che continuano o si spostano. Le attività sociali e culturali mostrano la possibilità di rendere uno spazio più accessibile, ma anche i limiti delle relazioni che riescono a costruire e mantenere.
La concentrazione di pratiche differenti può aprire incontri e possibilità collettive, ma può anche intensificare il controllo e rendere più rigidi i confini tra presenze legittime e illegittime. La frequentazione può sottrarre uno spazio allo stigma senza eliminare i conflitti che lo attraversano. La cura può produrre fiducia, ma anche farsi carico di contraddizioni che eccedono le risorse di chi la esercita.
Il parco, quindi, non offre un modello da estendere al resto del territorio. Permette piuttosto di formulare un’ipotesi: alcuni spazi pubblici possono diventare punti nei quali forme differenti di governo, uso e trasformazione del territorio entrano in contatto e sono costrette a misurarsi con ciò che producono e con ciò che non riescono a governare.
Sintesi provvisoria
Il risultato provvisorio di questo numero è uno spostamento dello sguardo. Non una teoria generale della sicurezza o una lettura definitiva di Sacca e Crocetta, ma un punto di osservazione dal quale alcune scorciatoie non risultano più praticabili.
La paura non può essere liquidata come un semplice effetto della propaganda, né assunta come una descrizione trasparente della realtà. Le esperienze nominate attraverso il linguaggio della sicurezza nascono da condizioni materiali differenti. La loro traduzione politica seleziona le cause, rende alcune esperienze meritevoli di protezione, altre oggetto di controllo, altre ancora prive di ascolto.
Sacca e Crocetta non sono territori rimasti ai margini dello sviluppo, ma aree attraversate da investimenti, nuove costruzioni, logistica, grande distribuzione e trasformazioni dello spazio pubblico. La questione non è scegliere tra abbandono e riqualificazione, ma capire quale cambiamento stia prendendo forma e quali usi e forme dell’abitare riesca a stabilizzare.
Le relazioni costruite durante l’inchiesta hanno complicato anche l’immagine della comunità. Non abbiamo incontrato un soggetto omogeneo né una memoria comune della sua dissoluzione, ma persone che abitano tempi, spazi e condizioni differenti e interpretano il mutamento a partire dalla propria posizione. Non possiamo quindi presupporre una comunità già esistente da rappresentare o ricostruire.
Tra queste esperienze agiscono associazioni, lavoratrici e lavoratori del sociale, reti informali e pratiche di cura. Mantengono aperti spazi, costruiscono fiducia e rendono accessibili servizi. Nello stesso tempo, l’incontro con queste realtà ha aperto domande sulle condizioni, sui mandati e sulle risorse attraverso cui una parte decisiva delle relazioni territoriali viene sostenuta e mediata.
Quello che inizialmente appariva come un tema si è così scomposto in una serie di rapporti: tra trasformazione urbana e possibilità di abitare, tra politiche istituzionali e ruolo della mediazione, tra memorie differenti e forme di appartenenza.
Il numero 0 di Middleware si ferma qui, nel punto in cui la sicurezza smette di apparire come una parola già definita. Separando i processi compressi al suo interno, diventano più visibili i rapporti, le posizioni e i conflitti attraverso cui il territorio viene trasformato e governato. È su questo terreno ancora aperto che l’inchiesta può continuare.